L’uscita mondiale de L’Odissea, il nuovo film di Cristopher Nolan, ha riportato Troia al centro dell’attenzione. A prescindere dalle discussioni sulla fedeltà del regista al poema omerico o sulle interpretazioni contemporanee della vicenda, il film ha riacceso la curiosità per la città che, tra storia e mito, è diventata il simbolo della guerra più celebre dell’antichità.
L’Iliade si conclude prima della caduta di Troia. È nell’Odissea che Omero riprende il racconto, seguendo il lungo ritorno di Odisseo verso Itaca. Ma che cosa accadde dopo la distruzione della città? Quale fu il destino dei vinti?
La risposta non si trova nei poemi omerici, bensì nella tragedia e nella poesia dei secoli successivi. Euripide e Ovidio raccontano che il fantasma di Achille apparve in sogno al figlio Neottolemo, ordinandogli di sacrificare Polissena, la più giovane delle figlie di Priamo ed Ecuba. Solo così gli Achei avrebbero ottenuto il favore necessario per salpare verso la Grecia.
Questa tragica vicenda esercitò un fascino duraturo sull’immaginario antico e divenne uno dei soggetti più rappresentati nell’arte greca e romana. Tra tutte le opere che la raffigurano, una occupa un posto del tutto speciale: il magnifico Sarcofago di Polissena, scoperto nella Troade nel 1994.
Una scoperta straordinaria
Nel 1994 la Gendarmeria turca ricevette una segnalazione riguardante alcuni tombaroli intenti a scavare illegalmente una tomba antica nella Troade. L’intervento tempestivo degli archeologi del Museo di Çanakkale permise di mettere in salvo ciò che gli scavatori clandestini non avevano ancora danneggiato.
Fra i reperti emersi vi era uno splendido sarcofago decorato a bassorilievo. Gli studiosi compresero ben presto di trovarsi di fronte a una scoperta eccezionale: si trattava del più antico sarcofago figurato mai rinvenuto in Turchia. Su uno dei lati maggiori era scolpita la scena del sacrificio di Polissena, dalla quale il monumento ha preso il nome con cui è oggi universalmente conosciuto.
La sorpresa più affascinante, tuttavia, arrivò poco dopo. Quando la Gendarmeria chiese agli abitanti della zona il nome tradizionale della località, necessario per il verbale ufficiale, la risposta lasciò tutti senza parole: quel luogo era chiamato da sempre «dove morì la ragazza».
È un esempio straordinario della forza della memoria collettiva. Per secoli nessuno aveva più visto il sarcofago, eppure il ricordo della vicenda sembrava essere sopravvissuto nella tradizione orale. Col passare del tempo il mito di Polissena si era fuso con il folklore locale, dando origine a racconti popolari che parlavano di una giovane uccisa per gelosia. La storia aveva cambiato forma, ma non era mai scomparsa.
Dal vecchio museo al Museo di Troia
Dopo il recupero e gli interventi di restauro, il sarcofago fu trasferito al Museo di Çanakkale. Purtroppo il vecchio allestimento non gli rendeva giustizia: per molti anni rimase esposto in una sala poco valorizzata, quasi nascosto agli occhi dei visitatori.
La situazione cambiò radicalmente nel 2018 con l’inaugurazione del nuovo Museo di Troia, costruito a pochi passi dal sito archeologico e concepito per raccontare la storia della città e del suo territorio. L’edificio, apprezzato anche per la qualità del progetto architettonico, ha finalmente restituito al Sarcofago di Polissena il posto che merita, facendone uno dei capolavori dell'intero percorso espositivo.
Un capolavoro della scultura ionica
Il sarcofago misura 3,32 metri di lunghezza, 1,60 di larghezza e 1,78 di altezza. È scolpito nel marmo di Proconneso, l’attuale isola di Marmara, dalla quale prende il nome anche il mare omonimo.
Gli studiosi lo datano tra il 500 e il 490 a.C., negli ultimi decenni della grande stagione dell’arte ionica. Lo stile rivela la mano di una bottega di altissimo livello: accanto ai caratteri tipici della scultura ionica compaiono infatti elementi propri della Troade, indizio che l’opera fu probabilmente realizzata da una scuola di scultori di tradizione ionica ormai stabilitasi nella regione.
Un matrimonio scolpito nella pietra
Uno dei lati maggiori del sarcofago ha dato origine a un lungo dibattito tra gli studiosi. La natura ambivalente di alcuni oggetti raffigurati ha fatto pensare, in passato, tanto a una scena funebre quanto a una cerimonia nuziale. Oggi, tuttavia, prevale decisamente la seconda interpretazione.
Al centro della composizione siede una giovane donna su un trono, fulcro dell’intero rilievo. Il velo nuziale, originariamente dipinto e non scolpito, è andato perduto, ma gli oggetti portati dalle figure che la circondano ne chiariscono il significato.
Una giovane reca una lira e un uovo, antico simbolo di vita e fertilità; un’altra porta una tenia, la fascia sacra utilizzata nei rituali; una terza tiene uno specchio e un recipiente colmo di frutti, probabilmente datteri; un’altra ancora offre piccoli contenitori di alabastro destinati a profumi e oli preziosi. Si tratta di doni tipicamente femminili, ricchi di significato simbolico e legati alla sfera del matrimonio.
Anche il trono della sposa è sorretto da due Eros alati, particolare che rafforza ulteriormente questa interpretazione.
Nella parte destra del rilievo alcune giovani danzano al suono della kithara e dell’aulos, la lira e il doppio flauto. Le figure armate eseguono la cosiddetta danza pirrica, una danza rituale praticata sia in occasione dei matrimoni sia durante i funerali. In questo caso, però, un dettaglio iconografico è decisivo: le danzatrici indossano gli stretti pantaloncini riservati alle giovani donne, mentre nelle cerimonie funebri erano gli uomini a eseguire questo tipo di danza.
Secondo la tradizione mitologica, la danza pirrica risaliva ai Cureti e ai Coribanti che, battendo le armi sugli scudi, avevano nascosto con il frastuono il pianto del piccolo Zeus per sottrarlo alla furia di Crono. Solo in seguito Platone avrebbe utilizzato il termine con cui oggi essa è conosciuta.
La camera della sposa
Il tema nuziale prosegue anche sul lato corto del sarcofago, dove è raffigurata la camera della sposa.
La scena è dominata da due figure femminili. A destra compare la nympheutria, una donna sposata ed esperta, incaricata di assistere la giovane nei preparativi delle nozze e di introdurla alla nuova vita coniugale. Il suo atteggiamento sicuro contrasta con quello della ragazza seduta di fronte a lei, ritratta con la riservatezza e la timidezza proprie della sposa. Alle sue spalle un'altra donna sembra incoraggiarla, mentre le ultime figure della composizione recano i consueti doni augurali: uno specchio e frutti, simboli di bellezza, prosperità e fecondità.
Il sacrificio di Polissena
Sul lato maggiore opposto compare invece la scena che ha dato il nome al monumento: il sacrificio di Polissena, la più giovane delle figlie di Priamo ed Ecuba.
Anche questa composizione è articolata in due momenti. A sinistra i Troiani piangono la morte della principessa; a destra si consuma il sacrificio. Aiace, Antifate e Anfiloco conducono la giovane davanti alla tomba di Achille, dove Neottolemo, figlio dell'eroe greco, la immola secondo la volontà del padre ormai defunto.
Alle spalle di Neottolemo si riconoscono un tripode e un tumulo funerario, chiaro riferimento alla sepoltura di Achille. Il rilievo stabilisce così un suggestivo parallelismo: la guerra di Troia, iniziata con il sacrificio di Ifigenia, trova il suo tragico epilogo nel sacrificio di Polissena.
Gli scultori ricorrono inoltre a un raffinato espediente narrativo per distinguere i due schieramenti. Gli Achei sono raffigurati con i capelli corti, mentre i Troiani portano lunghe chiome. Tra questi ultimi, gli uomini si riconoscono anche per l’himation indossato sopra il chitone, particolare che permette di identificarli con immediatezza.
Il dolore di Ecuba
Sul lato corto è rappresentata anche Ecuba, madre di Polissena. La regina è seduta sotto un albero ormai inaridito, appoggiata al bastone, con una mano sul capo nel tradizionale gesto del lutto.
Pochi elementi bastano allo scultore per esprimere la desolazione della madre e, insieme, la fine irreversibile della casa reale di Troia.
Per chi fu realizzato il sarcofago?
L'eccezionale qualità delle sculture e la scelta dei soggetti hanno suggerito agli studiosi un'ipotesi affascinante.
È probabile che il sarcofago fosse stato commissionato da una ricca famiglia della Troade per la sepoltura di una figlia morta prematuramente, proprio quando aveva raggiunto l’età delle nozze. Il matrimonio raffigurato su un lato e il sacrificio di Polissena sull’altro sembrano infatti dialogare tra loro: da una parte le nozze che ogni famiglia desiderava celebrare, dall'altra il destino di una giovane principessa morta prima di poterle vivere.
Un particolare rende questa interpretazione ancora più significativa. Nelle rappresentazioni del mito troiano è raro che siano messi in risalto il dolore e la sofferenza dei Troiani. Qui, invece, il racconto sembra assumere il loro punto di vista. È possibile che i committenti, abitanti della Troade, si identificassero con la sorte della giovane principessa, riconoscendo nella sua tragedia il riflesso di quella della propria figlia.
Un enigma archeologico
Quando però gli antropologi esaminarono lo scheletro rinvenuto all’interno del sarcofago, la ricostruzione sembrò improvvisamente crollare.
I resti appartenevano infatti non a una giovane donna, bensì a un uomo di circa quarant'anni.
Come spiegare una simile contraddizione?
La soluzione è emersa mettendo insieme tutti gli indizi raccolti durante lo scavo. Il sarcofago era stato rinvenuto coperto da tegole e accanto alla tomba erano state deposte due ruote di carro funebre munite di falci, un elemento caratteristico dei carri da guerra achemenidi. In quegli anni, infatti, la Troade faceva parte dell'Impero persiano.
Un altro dato completa il quadro. Nel 497 a.C., cioè in un’epoca molto vicina alla realizzazione del monumento, nei pressi del luogo del ritrovamento morì Hymaios, genero del re persiano Dario I.
L’ipotesi oggi ritenuta più convincente è che il magnifico sarcofago, già commissionato per una giovane donna ma non ancora ultimato, sia stato requisito dalle autorità persiane per offrire una sepoltura degna a Hymaios. La decorazione prevista non venne modificata e il monumento fu adattato alla nuova destinazione.
Un motivo in più per visitare Troia
L’interesse suscitato dal film di Christopher Nolan sta già facendo registrare un aumento delle visite al sito archeologico di Troia. Se state programmando un viaggio nella Troade, non limitatevi alle rovine dell’antica città.
Entrate anche nel Museo di Troia e fermatevi davanti al Sarcofago di Polissena. Dopo averne conosciuto la storia, non vedrete soltanto uno dei capolavori della scultura greca arcaica, ma un’opera in cui mito, memoria e archeologia continuano ancora oggi a dialogare in modo sorprendente.