L'alfabeto è la base di ogni lingua; la composizione delle singole lettere genera parole, che generano frasi, che generano pensieri.
Quello ebraico però non si limita a essere base per la struttura del pensiero, ma è intriso della presenza di Dio.
Le dieci Parole – devarim, termine traducibile con parole ma anche cose, fatti, a evidenziare il concetto che le parole sono azioni come lo sono i gesti – date sul monte Sinai a Mosè sono l’incarnazione di Dio in una scrittura che zampilla della sua essenza.
L’alfabeto ebraico, composto da ventidue lettere, è base imprescindibile dell’ermeneutica rabbinica: impossibile studiare midrash, Talmud e tutta la Torah orale senza conoscere la lingua ebraica.
Ogni lettera ha inoltre un valore numerico, aspetto fondamentale per la ghematria, metodo esegetico che stabilisce un’equivalenza numerica tra le parole: se la somma delle lettere di una parola è identica alla somma delle lettere di un’altra, questo significa che tra le due parole c’è un nesso di causa, effetto, analogia e dipendenza in un gioco di specchi e rimandi che si sviluppa all’interno della Bibbia ebraica.
Se le lettere sono ventidue, le sue combinazioni sono però infinite così come le sue interpretazioni, in quell’ottica ebraica per cui non esiste una sola verità, ma più letture di essa, antidoto contro il pensiero assoluto e semplicistico che tanto connota il nostro tempo.
La Creazione avviene con la combinazione delle lettere ebraiche perché Dio crea con la parola, non col gesto, e ci sono midrash che raccontano rimostranze di alcune lettere alle scelte di Dio. Famoso è quello della lettera alef, la prima dell’alfabeto, che protestò con il Creatore perché aveva scelto di creare il mondo partendo con la beth, la seconda lettera, iniziale della parola Bereshit con cui comincia Genesi. Allora Dio la rassicurò dicendole che con lei sarebbe cominciata la Torah – data sul Sinai – che crea il mondo intero e tutto ciò che esso contiene (la prima parola della Torah è infatti Anochì, Io, che inizia con la alef).
La alef è una lettera muta che può essere vocalizzata in diversi modi, tra cui E ed A. Con alef cominciano anche alcuni nomi di Dio, Elohim e Adonai, quest’ultimo usato per non pronunciare il tetragramma sacro. Con alef comincia anche la parola Emet, verità, importante nel racconto del Golem, il famoso gigante d’argilla creato per difendere il popolo ebraico; si narra che fosse stato reso vivo scrivendo sulla sua fronte la parola emet ma che, nel cancellare la alef da emet, morì. Infatti emet senza alef diventa met che in ebraico vuol dire morto richiamando il concetto che senza Dio – il cui nome comincia proprio con alef – si muore.
Questi descritti non sono giochini creati dalla lingua per allietare l’intelletto: sono parte della Torah, di quella sua interpretazione che fa del mondo ebraico una continua ricerca e riflessione sulla Parola di Dio.
L’alfabeto non è quindi solo un mero strumento per costruire parole volte a comunicare: è pensiero, vita, spiritualità, presenza divina e realtà concreta con cui costruire il mondo presente.
La lingua attualmente parlata nello stato di Israele deriva direttamente dall’ebraico biblico opportunamente integrato con termini mutuati da altre lingue contemporanee; rimane consonantica come è la sua natura da sempre, senza quindi i puntini aggiunti dai masoreti che si trovano nella Bibbia ebraica.
Il fascino di questo alfabeto e della sua lingua è difficile da spiegare a chi non l’ha mai studiata, ma una cosa è possibile dire: nel mondo ebraico Dio si manifesta nelle lettere, nelle parole che diventano viventi.
Dio è infinito, non si può possedere e per questo le interpretazioni della sua Parola sono infinite e non limitate a un’unica verità. In questa pluralità l’ebraismo vive da millenni tra le pagine dei suoi testi, testimonianza divina intrisa di bellezza a cui chiunque può volgere lo sguardo.
Cari lettori, ben ritrovati all’inizio di un nuovo anno!
Ci siamo salutati parlando di dialogo e da questo concetto vorrei ripartire.
Gennaio è un mese con appuntamenti importanti: il 17 è la giornata del dialogo ebraico-cristiano che apre la settimana di preghiera per l’unità dei cristiani.
Non poteva che essere così: prima di dialogare fra loro, i cristiani devono ripartire dalla radice santa, quell’ebraismo intrinseco alla loro stessa fede.
Altro importante appuntamento è il 27 gennaio, giornata della memoria, oggigiorno ancora più urgente vista l’onda d’odio antisemita che pervade le nostre strade, i nostri uffici, le nostre università e scuole.
Lo stesso Papa Leone ha più volte evidenziato l’importanza di combattere l’antisemitismo e rimanere in dialogo col popolo di Israele.
Gennaio ci dice che abbiamo bisogno di dialogo e di fare memoria per poter proseguire su un cammino ricco di senso e rispetto.
Il dialogo però non è prerogativa di un giorno o mese specifico, ma è alla base di ogni società che vuole evolversi e trovare soluzioni di vita sensata e serena.
A tal proposito, desidero condividere qualche spunto su un concetto fondamentale: la machloket, pilastro del Talmud e del mondo giudaico e aspetto di estrema attualità dato che viene usato per far capire la diversità dei molti sistemi logici possibili.
Il termine può essere tradotto in diversi modi: disputa, disaccordo, controversia, dibattito, discussione.
Rappresenta il fulcro di quel mondo talmudico che basa la propria logica sul confronto tra i diversi maestri che si contrappongono, anche in maniera accesa, sulla Torah.
Nei testi della cultura rabbinica la discussione è quasi più importante della conclusione stessa: il cammino conta più della meta finale purché venga fatto per il cielo.
A tal proposito, cito una frase di Pirke Avot, le Massime dei Padri:
«Qualunque lotta impegnata a fin del cielo (fin di Dio), finisce per conseguire il suo effetto; e qualunque lotta che non è impegnata a fin del cielo, non finisce per conseguire il suo effetto. Quale sarebbe una lotta impegnata a fin del cielo? La lotta fra Hillel e Schammai. Quale sarebbe una lotta non impegnata a fin del cielo? La Lotta di Korach e di tutto il suo partito» (Avot. 5:17).
La lotta ai fini del cielo ha come scopo quello di trovare la verità senza danneggiare i rapporti personali; Shammai e Hillel sono due grandi maestri le cui scuole si sono contrapposte a lungo proprio tramite la machloket fatta con l’intento di trovare la verità, non per prevaricare. Una discussione che implica pareri contrastanti, che trova naturale il confronto. Questo è dialogare.
Quella invece fatta al fine di vincere per emergere – istituendo una gara priva di ascolto dove la parola zittisce per ottenere un tornaconto personale – non è per il cielo come dimostra l’episodio di Korach (Core nella versione della Bibbia Cei) che si ribella a Mosè e Aronne (Numeri 16,1-35). Lì a vincere è una gara di ambizioni, gelosie, manipolazioni che portano alla perdizione (Korach infatti verrà inghiottito dalla terra, emblema dell’arroganza risucchiata).
Il nostro mondo è afflitto dai molteplici volti di Korach che rifiutano di riconoscere gli errori commessi, che vogliono vincere e non arrivare a quella verità che dà respiro e senso alla vita perché fa emergere le sfaccettature di una realtà. Una verità che esula da assolutismi; il mondo ebraico è lontano da queste derive perché contempla l’inclusione, il dubbio, offrendo quindi una visione complessa.
La nostra epoca è però affascinata dalle certezze granitiche che semplificano tutto; viviamo immersi in una realtà sempre più preda di una corsa folle dove scavare nel complesso è respinto perché richiede troppo tempo e fatica.
La lingua ebraica aiuta ad andare a fondo di questa complessità perché è polisemica e ogni parola dà il via a una pluralità di letture e interpretazioni. Nessuna lettura è assoluta, la Parola di Dio non può essere racchiusa in un’unica interpretazione: è come battere con un martello su una roccia da cui scaturiscono infinite scintille.
Ciò che ci insegna la machloket è che siamo incompleti, che abbiamo bisogno dell’altro per dialogare e vivere e che, se cediamo alla tentazione delle risposte facili, rischiamo di finire in un vicolo cieco, isolati non solo dal consesso umano, ma da tutta la creazione. A mio avviso il dialogo deve essere esteso a tutto il creato di cui facciamo parte e per farlo occorre l’umiltà di ascoltare e capire linguaggi diversi.
Dialogare non vuol dire livellare le differenze, ma mantenerle e farle conoscere. Non dobbiamo diventare come l’altro per parlare con lui, dobbiamo ricordarci dell’altro, ascoltarlo e anche avere il coraggio di dire che vogliamo essere noi stessi senza per questo chiuderci al mondo. L’obiettivo è camminare assieme, non fonderci in un unico calderone privo di differenze perché le nostre peculiarità sono quelle scintille scaturite dalla roccia: brillano assieme ad altre, non per occultarle, né per farsi da esse occultare.
Sandro Botticelli, la punizione di korach, Cappella Sistina, Roma