Sha'ar

Maria Elisabetta Ranghetti

Sha'ar (porta, in ebraico) è una rubrica mensile curata da Maria Elisabetta Ranghetti, scrittrice e fotografa. Appassionata di Medio Oriente, ha trascorso gli ultimi vent'anni a contatto col mondo ebraico viaggiando tra Israele e Palestina. Due dei suoi romanzi – Oltre il mare di Haifa  e Corri più che puoi  – narrano le vicende di quella terra e sono stati presentati ad Haifa e Gerusalemme.
Elisabetta ci aprirà una porta sull’ebraismo raccontandoci, con parole e talvolta immagini, una realtà sfaccettata e piena di fascino, per incontrare un popolo millenario con cui camminare insieme.

Parola per la vita o per la morte?

Il mondo ebraico, la Torah tutta, si regge sulle lettere dell’alfabeto che hanno anche valore numerico. Il Dio degli ebrei crea tramite la Parola, è una voce che si fa presenza nell’ascolto reciproco, elemento fondamentale del popolo stesso (basti ricordare lo Shemà Israel, Dt 6).

La Parola è da millenni soggetto su cui moltissimi ebrei spendono anni di studio; durante la diaspora il popolo ebraico è stato un popolo di pergamena che ha mantenuto la propria identità nell’ascolto e nell’interpretazione della Torah studiandola e rivoltandola in ogni suo lembo. Sul monte Sinai furono consegnate, secondo la tradizione rabbinica, due Toroth: quella scritta e quella orale, quest’ultima continua interpretazione della prima. L’ebraismo è ortoprassi e questo spiega la necessità di continuare a discutere delle mizvot, i precetti da seguire, che presentano problemi da affrontare nella quotidianità in base anche al momento storico (ai tempi di Mosè, ad esempio, non c’erano la corrente elettrica ed internet che pongono nuovi interrogativi di vita quotidiana con cui fare i conti).

L’ermeneutica rabbinica ha come metodo il midrash, parola legata alla radice darash che significa investigare; esistono regole precise per fare midrash, le middot, che permettono di interpretare gli infiniti significati della Parola di Dio. Dio, per gli ebrei, è questa Parola ed essendo infinito non c’è limite a ciò che la Sua Parola dice; per usare un’immagine calzante, è come percuotere una roccia da cui escono infinite scintille.

Oggi propongo uno spunto di riflessione sull’argomento «verità» partendo dalla lingua ebraica.

Fede in ebraico si traduce con la parola emunà etimologicamente legata a emet, verità; se pensiamo al termine «amen», ci accorgiamo del nesso etimologico e così ne capiamo il senso più profondo, ovvero «in fede», «con verità» professo una cosa. La parola emet, in ebraico, si scrive con alef (che qui si legge ‘e’), la prima lettera dell’alfabeto, la stessa con cui comincia uno dei nomi di Dio, Elohim. Se si toglie quella alef, la parola emet diventa met che vuol dire ‘morto’. Senza Dio quindi – che è misericordia e non solo giudizio – la verità diventa una forma di morte. In termini laici la si può tradurre così: senza empatia si corre il pericolo di trasformare una verità in una morte interiore per l’altro e, in casi più gravi, anche indurre qualcuno a porre fine alla propria vita. La capacità di preservare la propria umanità è la cosa più importante: essere un imprinting di Dio, conservare quella alef quando parliamo di verità, è fondamentale altrimenti uccidiamo il prossimo. 

Oggigiorno siamo affossati da bulimia informativa disseminata di fake news che fomentano odio e rompono relazioni.

Partendo dalla Torah – che parla ancor oggi a chi si presta ad ascoltarla – ci rendiamo conto dell’enorme responsabilità che ognuno di noi ha nell’uso della parola; occorrono coscienza e coraggio nel professare la verità. Il peso delle parole è fondamentale perché sappiamo quando e dove partono, ma non come e dove arrivano.

In un mondo che vuole farsi garante della verità, mi viene spontaneo chiedermi: quale verità, per la vita o per la morte?

Nella Sua infinita sapienza Dio ci lascia liberi di scegliere; dobbiamo però ricordare che ogni libertà è disciplinata dalla responsabilità. Siamo noi ogni giorno a scegliere se usare la parola per la vita o per la morte, se stringere a noi quella alef o gettarla via: ricordiamocelo ogni volta che apriamo bocca.

 "Ebreo in preghiera al Kotel" © fotografie di Maria Elisabetta Ranghetti

© fotografie di Maria Elisabetta Ranghetti

© fotografie di Maria Elisabetta Ranghetti