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La chiesa di Santa Croce sull’isola di Akdamar

C’era una volta una bella ragazza di nome Tamara che viveva su un’isola con suo padre, il sacerdote della chiesa lì esistente.

Un giorno la sorte volle far incontrare la bella Tamara con un bellissimo giovane pescatore dell’altra sponda del lago e così nacque un grande amore tra i giovani. Nel buio della notte lei accendeva una candela per farsi raggiungere a nuoto dal giovane, ma il padre, venuto a conoscenza di questa loro abitudine, una notte prese il posto della figlia e spostando in continuazione la candela fece sì che il pescatore restasse disorientato finché, non avendo più la forza di nuotare, annegò, rivolgendo queste sue ultime parole alla bella ragazza: «Ah, Tamara...».

Nel tempo questa esclamazione si trasformò in «Akdamar», l’attuale nome dell’isola.
Probabilmente si tratta di un’eco della famosa leggenda di Ero e Leandro – ambientata nello stretto dei Dardanelli – narrata per spiegare l’origine della Kız Kulesi, la cosiddetta torre di Leandro, che si trova proprio all’ingresso del Bosforo, che divide la Istanbul «europea» da quella «asiatica».

Akdamar si trova invece in Anatolia orientale, sul lago di Van o «mare» Van, come lo chiamano i locali, dato che ha una superficie di 3.700 chilometri quadrati che lo fa sembrare un vero e proprio mare. Sull’isola di Akdamar si trova una delle chiese più belle e interessanti del patrimonio anatolico, un vero e proprio gioiello dell’architettura e arte armena: la chiesa di Santa Croce (Surp Khatch).

Dopo il periodo turbolento delle incursioni arabe del VII sec., nel IX sec. torna la pace in Armenia e da parte di famiglie nobili armene vengono fondati dei regni locali, riconosciuti dai califfi abbasidi. Un po’ più a nord-est di Van, viene creato il regno dei Pakraduni (Bagratidi), mentre invece vicino al lago Van, nasce quello degli Ardzruni, cioè il regno di Vaspuragan. Il re Gagik Ardzruni (908-943 d.C.) decide di trasferire la capitale del regno dalla città vicina di Vosdan – oggi Gevaş – proprio sull’isola di Akdamar, facendo costruire un complesso formato da un palazzo, un porto, la cittadella e la chiesa di Santa Croce che rimane l’unico edificio conservatosi sino ai nostri giorni.

Il re affida la costruzione a un certo Manuele, monaco e architetto che progetta la chiesa riproducendo le forme della chiesa-martirio di Zoratir (Soradir) del VII sec., situata nel distretto di Aghbak – oggi Başkale – dove si trovava il cimitero reale della famiglia Ardzruni. Nel cimitero erano sepolti il padre, la madre e i due fratelli del re Gagik. Studi recenti dimostrano che tra i bassorilievi della chiesa di Santa Croce si possono identificare queste persone: il principe Terenig, la principessa Sopi, i genitori, il principe Kurken (fratello minore) e Ashod Ardzruni (fratello maggiore del re Gagik, il fondatore del regno Ardzruni).

Secondo Tovma Ardzruni, membro e storico ufficiale della famiglia reale, la formazione basaltica dell’isola costrinse i costruttori a cercare una pietra meno dura per poterla lavorare più facilmente e così, con una campagna militare venne conquistato un castello arabo a cento chilometri dall’isola e le pietre di tufo smontate dal castello furono trasportate sull’isola per utilizzarle nella costruzione dei nuovi edifici. I lavori, iniziati nel 915, terminarono nel 921, dando vita ad una delle chiese armene più belle in assoluto. L’opera giunge fino ai nostri giorni con delle aggiunte nel corso del tempo: una cappella a nord est nel XIII sec., lo zamatun (o kavit – una sorta di nartece) ad ovest nel 1763 e nel 1790 a sud un campanile, a causa del quale però, purtroppo, distrussero la scala che permetteva al re di raggiungere la sua loggia imperiale.

Dopo l’abbandono totale della chiesa nel 1915, l’edificio rischiò la demolizione completa voluta dal governo turco nel 1951. Un giorno però, fortunatamente, il giornalista Yaşar Kemal (del tutto sconosciuto a quel tempo ma poi, grazie ai suoi famosi romanzi come «İnce Memed», cioè «Memed il falco» ‒ che vi consiglio di leggere ‒ diventerà un famoso scrittore) incontra un capitano-chirurgo molto colto e da lui viene a sapere dei piani di demolizione del governo. A quel punto Kemal si rivolse al proprietario del «Cumhuriyet», il suo giornale, che contattò il ministro dell’Educazione Nazionale, il quale riuscì a fermare la distruzione. Kemal disse in una sua intervista: «Il giorno della liberazione di Akdamar è il 25 giugno 1951». Grazie a questo intervento, dopo il restauro completo nel 2013, la chiesa è finalmente diventata un museo sorvegliato ventiquattro ore su ventiquattro.

Quello che fa unica la chiesa di Akdamar è senz’altro la presenza di fregi di basso e altorilievi che girano attorno a tutto l’edificio, seguendo un progetto iconografico molto originale. Lo scopo di questa realizzazione scultorea è quello di esaltare la casa degli antenati Artzruni, che con il loro ruolo e sforzo, non solo contribuirono all’incremento della fede cristiana e della sua devozione, ma anche a portare la pace favorendo la prosperità in tutta l’Armenia. Per raccontare questo, sono stati associati racconti biblici insieme a quelli storici della famiglia reale, in modo che potessero essere direttamente paragonati tra loro. In questo modo, la fascia principale di bassorilievi glorifica la famiglia Ardzruni e il re Gagik, mentre la fascia di vite simboleggia la pace e la prosperità del regno di Vasburagan.

La composizione del re Gagik in mezzo della facciata ovest dimostra la devozione della famiglia Ardzruni: per la prima volta nell’arte armena vediamo che il benefattore sta faccia a faccia con Gesù. Per quanto si sa, è la prima rappresentazione di un re con l’aureola. La chiesa scolpita in rilievo che il re tiene in mano rimanda lo sguardo dello spettatore verso Gagik che è scolpito leggermente più grande di Gesù Cristo. Alcuni studiosi ritengono che sia uno sbaglio, ma il prof. Mnatsakanian, che fece il direttore del dipartimento di architettura all’Istituto delle Scienze dell’Accademia Armena, afferma che questo non può essere casuale: il centro dell’attenzione vuole essere di proposito il re Gagik.

Le storie bibliche che ci sono ai due lati dell’esedra occidentale sono allegorie della devozione del re: sul lato nord, la scena di Daniele il profeta in mezzo a due leoni e i tre giovani nella fornace; sul lato sud, la scena di Giona. Uno studio recente indica che l’architetto Manuele ha messo l’aureola solo ai personaggi che in qualche maniera hanno ricevuto la benedizione del Signore e sono stati salvati da Lui (da notare che Giona ha l’aureola solo dopo che si salva dalla balena, durante la predicazione al re di Ninive). Si può interpretare che queste composizioni insieme, esprimono il desiderio e la supplica del re Gagik: «O Signore, salva e benedici anche me e i miei grandi di famiglia, come hai salvato e benedetto Giona, Daniele e i tre giovani...».

Se il messaggio della facciata ovest è la devozione degli Ardzruni, quello della facciata orientale mostra il ruolo e il contributo che ebbero i membri della casa Ardzruni nel diffondere il Cristianesimo in Armenia. 

Qui la situazione è un po’ complicata. Siccome vicino alle figure della facciata orientale sono scritti i loro nomi, uno che sa l’armeno può leggere che tra le figure ci sono Giovanni Battista, Elia, la vedova di Sarepta ecc. Il prof. Mnatsakanian sostiene che lo stile della calligrafia risale XVII sec., da cui si deduce che i nomi sono stati aggiunti tanto tempo dopo e che né Elia, né Giovanni Battista c’entrano con la diffusione della fede in Armenia. Secondo lui, le due figure che si trovano ai due lati della facciata orientale sono l’apostolo Taddeo a destra e l’apostolo Bartolomeo a sinistra. La figura inginocchiata ai piedi di Taddeo (l’ipotetica vedova di Sarepta) secondo lui è il nahabed (capo famiglia) Khuran, che ricevette il battesimo proprio da parte dell’apostolo (gli Ardzruni si vantavano di essere la prima famiglia cristiana dell’Armenia). Tutte le altre figure che stanno in mezzo ai due apostoli, secondo Mnatsakanian, sarebbero i membri laici e religiosi della casa Ardzruni che lavorarono per evangelizzare l’Armenia. Lui sostiene che questa configurazione piacque poco ai chierici, quando ormai il regno di Gagik non esisteva più, e così provarono a riportare le immagini a una tradizione più «consona e universale», trasformando queste figure in santi più conosciuti all’interno della fede cristiana.

Le scene che si trovano ai lati della facciata orientale rappresentano altre due storie dell’Antico Testamento: a nord, quella di Sansone con il filisteo; a sud, la battaglia tra Davide e Golia. Due allegorie delle battaglie che gli Ardzruni fecero per combattere contro il male e i nemici della fede cristiana. Non a caso su sporgenze poligonali, vicino a queste scene, a nord c’è la figura di Ashod Ardzruni, il fondatore del regno Vasburagan; mentre a sud troviamo i principi Isacco e Hamazasp, martirizzati durante le incursioni arabe.

Uno splendore architettonico, dunque, da ammirare fuori ancor più che dentro!
La chiesa di Santa Croce sull’isola di Akdamar, sopravvissuta a guerre, terremoti, incuria e vandalismo, viene finalmente trattata con quella cura che merita da secoli e continua a essere per me una di quelle opere che viste una volta nella vita rimangono per sempre nel cuore.

Provare per credere.

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