Vescovo Paolo

La Turchia: il mio colpo di fulmine

 

Yol (strada, in turco), un film curdo-turco del 1982, narra di come cinque detenuti trascorrano la loro sospirata licenza. Ma è la strada la vera protagonista: le strade turche e la strada della vita. Questo intreccio di strade turche con il cammino della vita è quanto mi viene in mente ripensando alla mia frequentazione con la terra del çay e dei tulipani. Era infatti il 1978 quando feci il primo viaggio in Turchia. Con un pulmino e otto compagni e compagne di università (ero già prete, ma frequentavo il corso di laurea in Filosofia), mettemmo il naso in questa nazione per il semplice fatto che era «il più vicino dei Paesi lontani». Fu il classico colpo di fulmine!

Nonostante fossi innamorato della Parola, all’inizio non avevo fatto un collegamento stretto fra Turchia e Bibbia. Questa terra mi affascinava per la sua diversità, per la bellezza della natura, per la gentilezza della gente. Andare in Turchia aveva il sapore della scoperta di mondi lontani: era un altro mondo. Per me, sognatore da sempre, era più che sufficiente. Rapidamente però mi resi conto che era anche la terra dei nostri padri nella fede, la Terra Santa della Chiesa. Il cerchio si chiudeva e il fascino dell’esotico si poteva coniugare con la mia passione per san Paolo e per gli Atti degli Apostoli, il libro delle avventure degli apostoli, partiti anch’essi per terre sconosciute. È stato così che viaggi e pellegrinaggi biblici si sono intersecati, dando vita a momenti forti di formazione, vacanza, preghiera. Scoprire la Turchia, gustare i suoi cibi e le sue incontaminate risorse naturali, vivere l’avventura di percorrere migliaia di chilometri «alla cieca» (i primi anni non c’erano nemmeno carte stradali adeguate, non parliamo della segnaletica!) e, allo stesso tempo, scoprire che le città degli Atti degli Apostoli e dell’Apocalisse esistevano sul serio, costituiva un «pacchetto» affascinante.

Inoltre il mondo dell’islam era tutto da conoscere e da gustare. Allora c’erano reciproca apertura, rispetto e curiosità. Per noi cristiani, conoscere il Paese delle prime comunità cristiane, ora interamente islamizzato, era fonte di interrogativi e ci spingeva a voler capire, studiare, confrontarci. Le sparute comunità cristiane incontrate non facevano che aumentare le domande, perché era piuttosto evidente che erano comunità «straniere», che non avevano allora niente di turco né nell’uso della lingua, né negli usi, né nell’arredo dei luoghi di culto. Dopo alcuni anni di scoperta e ricognizione, ero pronto per organizzare veri pellegrinaggi, in cui si intrecciassero la conoscenza dei luoghi del passato con le questioni del presente, la conversione spirituale con quella culturale, dove fosse possibile riempire gli occhi e il cuore di immagini e incontri, silenzio e Parola.

 

Adesso noto come alcune emozioni forti rimangano nel cuore dei pellegrini: le storie bibliche, rilette nelle terre in cui si sono svolte, acquistano concretezza; gli sconfinati paesaggi della Turchia dilatano il cuore e fanno intuire l’universalità della Chiesa, dopo gli inizi modesti nel piccolo territorio di Israele; le distanze immense fra una comunità e l’altra ci fanno toccare con mano come portare il Vangelo «fino all’estremità della terra» non sia stata una passeggiata e come l’instaurare relazioni tra queste comunità appartenenti a mondi così diversi poteva essere solo iniziativa dello Spirito.

Da Antiochia sull’Oronte (Antakya) a Efeso (Selçuk) sulla costa egea ci sono 1.200 chilometri di strade impervie, con notevoli sbalzi di temperatura. Si passa dal clima temperato e mediterraneo dell’allora capitale della Siria a quello continentale di Konya (dove d’inverno si arriva a -15°C) e della zona dei grandi laghi, per arrivare al clima umido della costa egea. Le chiese sono lentamente fiorite tra questi estremi, allargandosi poi ad est in Cappadocia, al lago Van e al monte Ararat (il mitico monte dell’arca di Noè), a nord fino alle coste del Mar Nero e alle rive del Mar di Marmara, a sud-est alle importanti Edessa (Șanliurfa) e Nisibi (Nusaybin), da dove i missionari partivano per arrivare fino in Cina, e all’intera costa sud dilatandosi da Antalya, Perge, Aspendos. Queste comunità per svariati secoli si sono incontrate regolarmente nei grandi concili ecumenici che ancora oggi sono un punto di riferimento sicuro nella formulazione della nostra fede. Ebbene, quando si raccontano ai pellegrini queste vicende che sono alla base dell’evangelizzazione, ecco che le persone si commuovono nel rendersi conto di quanto sia densa, ricca, articolata, meravigliosa e drammatica la storia del cristianesimo, così indissolubilmente legato a questa terra di Turchia. E racconti come quello di Paolo nella Seconda lettera ai Corinzi (11, 24-27) rivelano il loro spessore: «Cinque volte dai Giudei ho ricevuto i trentanove colpi; tre volte sono stato battuto con le verghe, una volta sono stato lapidato, tre volte ho fatto naufragio, ho trascorso un giorno e una notte in balìa delle onde. Viaggi innumerevoli, pericoli di fiumi, pericoli di briganti, pericoli dai miei connazionali, pericoli dai pagani, pericoli nella città, pericoli nel deserto, pericoli sul mare, pericoli da parte di falsi fratelli; fatica e travaglio, veglie senza numero, fame e sete, frequenti digiuni, freddo e nudità».

Ci sono poi visite che lasciano smarriti, quasi intimoriti: in Cappadocia o nei dintorni di Konya si trovano zone dove la concentrazione delle chiese era impressionante, qualcosa come una chiesa o cappella ogni due chilometri quadrati. A Bin Bir Kilisesi (in turco, «mille e una chiesa») la concentrazione era addirittura di 1,2 per chilometro quadrato. Oggi, invece, restano poche e malridotte rovine che fanno capire come la permanenza del popolo di Dio in un certo luogo non sia un fatto scontato. Così finisce spesso che i pellegrinaggi diventano l’occasione per parlare della nostra Europa cristiana, non meno ricca di luoghi di culto, di vivacità spirituale, di grandi santi e teologi: faremo la stessa fine?

Molti segnali vanno indubbiamente in questa direzione e non bastano a contrastarli certe difese del cristianesimo, per lo più strumentali e a scopo elettorale. I pellegrini si rendono conto che, nel nostro contesto secolarizzato e plurireligioso, è necessario tornare umilmente a imparare dai padri nella fede, per comprendere come fortificare la nostra identità, dandole basi solide e mostrando il suo fascino alle nuove generazioni, senza chiudersi in un ghetto e senza erigere barriere per escludere chi è diverso da noi. D’altra parte l’incontro con le piccole comunità cristiane attuali (0,15% della popolazione), che vivono difficoltà enormi, ci vivificano e ci rendono consapevoli che il cristianesimo, quando è vivo, non ha paura di essere una piccola minoranza. I pellegrini, poi, quando toccano con mano che certi cristiani devono fare dieci ore di pullman per trovare una chiesa, apprezzano i tanti privilegi che hanno in Italia, dove celebrazioni, libri, sussidi, ritiri, incontri – anche a portata di click! – offrono mille occasioni che i cristiani di Turchia possono solo sognare.

In conclusione, posso dire che i pellegrinaggi sono l’occasione per ripensare il rapporto con «l’altro»: con il turco di famigerata memoria (chi non ricorda il «mamma li turchi!»?), con l’extracomunitario, con chi appartiene a una civiltà diverse dalla nostra. Da qui il desiderio di approfondire il dialogo interreligioso, la storia e la cultura di questo grande popolo per non cadere nei tanti luoghi comuni che circolano sulla Turchia e chiudersi nei cliché.

 

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