Mamma li turchi

 

Si dice che siano le persone a rendere grande un luogo, e questo è soprattutto vero per la Turchia, la cui percezione nell’immaginario comune, purtroppo, a volte è abbastanza distorta.

La Turchia e i turchi, storicamente e tradizionalmente, godono di una fama con connotazioni negative. «Mamma li turchi» siamo soliti dire. E ancora «cose turche» per indicare qualcosa di strano. İn fondo, però, la stranezza delle cose turche riporta a una rara semplicità e genuinità. Ebbene, come ogni Paese mediterraneo, anche da queste parti l’ospite è sacro. Ma qua l’attenzione accordata all’altro non è soltanto questione di ospitalità fine a se stessa, incarna qualcosa di più profondo: ogni gesto fa svanire quella sensazione di essere di passaggio. Pochi gesti, estremamente semplici nella loro spontaneità, possono cambiare le giornate, fare svanire timidezze e malumori, generando un certo stupore e spirito di inclusione. Qua ti puoi sentire estraneo e nello stesso tempo appartenere a un qualcosa, a una comunità senza davvero farne parte. Ti senti protetto, al sicuro come nell’abbraccio caldo di quegli amici che sanno dirti «non ti preoccupare». Ecco, attenzione per le piccole cose, per l’altro. Quello che in certi momenti ti infonde energia, emozionando. Questo è lo spirito di tutti i turchi, indistintamente dallo status e dalle circostanze. Hanno uno sguardo lungo che coglie i dettagli e le sfumature della gestualità di chi si ha di fronte. Continuo a pensare e dire che in Turchia non ci si sente mai davvero solo, che l’inaspettato può accadere e che quei gesti spontanei, propri di uno spirito comunitario, avvolgono e fanno riflettere. Sì, riflettere sulla gratuità della genuinità e della spontaneità, del vivere in accordo con certi valori. Pochi esempi successi di recente, che ricordo col sorriso sulle labbra e con quel piacevole stupore che mi fa pensare che se anche volessi, io non riuscirei a prestare così tanta attenzione all’altro, forse per quei filtri mentali su cui siamo settati nel gestire la vita quotidiana, guardano a noi e meno all’altro.

E così un giorno, in un villaggio della Cappadocia, mentre seduti su un dondolo, attendendo uno di quei tramonti che ti avvolge con i propri colori cangianti e bevendo çay, ci siamo accorti che le sigarette erano finite, semplicemente prendendo il pacchetto in mano e constatando che era vuoto. Del tutto isolati, a un certo punto, ci raggiunge una donna magicamente avvolta nel suo velo, con lo sguardo penetrante decorato dal kajal nero. Pur non parlando una parola di inglese, si è fatta capire e ci ha lasciato il suo pacchetto, ancora intero, con l’accendino. Ci aveva visto da lontano, aveva colto il nostro desiderio, ed ecco che ha fatto in modo che tutto fosse perfetto. A poco sono serviti i tentativi di rifiutare l’offerta. Col sorriso mi ha preso la mano quasi incoraggiando a non farmi problemi ad accettare l’intero pacchetto. Per lei non c’era nulla di straordinario in quel dono. Insomma, io dello straordinario l’ho visto e sentito! Ci ha lasciati salutando col sorriso e allontanandosi con la stessa armonia del sole che stava calando. Uno scenario fiabesco, nel più completo silenzio anatolico, solo poche parole che però dicono tanto... Un incontro fugace, un’immagine che è entrata dentro e rappresenta più di altre lo spirito di questo Paese.

E in un altro viaggio ho avuto la conferma che c’è della magia nell’essere umano e che certe attenzioni sono proprie dei turchi, indipendentemente dal ceto, dalla latitudine e dalle situazioni. In aereo di rientro ad Ankara, dopo un fine settimana al mare, tossivo per un maledetto raffreddore. La ragazza seduta di fianco a me, mi porge uno scialle e mi suggerisce di indossarlo per non peggiorare la mia situazione. E non solo, tira fuori dalla sua borsa un antiinfluenzale e m’invita a prenderlo. Attenzione, attenzioni che riscaldano il cuore, dagli effetti terapeutici, rivolte da chi, pur apparendo momentaneamente, riesce a sintonizzarsi su di te e le tue esigenze, semplicemente guardando.

A volte le parole non servono, altre volte sono utili a spiegarsi ed è così che un tassista, conducendomi in aeroporto con una certa fretta, non ha voluto aspettare che io prelevassi il denaro per pagare la corsa, consapevole che avrei perso del tempo utile per l’imbarco. Mi ha semplicemente detto: «Non è importante, quando torni puoi portare i soldi alla mia stazione dei taxi». E davvero non importava quando sarei tornata. Lui si fidava o semplicemente le priorità nella scala di valori della sua vita sono diverse. Evidentemente la vera ricchezza per quell’uomo, indefesso lavoratore che corre da una parte all’altra della città di giorno e notte, non dipende dai soldi, ma dal contatto umano, dal proiettarsi verso l’altro, seppur sconosciuto, dal sentirsi persona. E come questi ci sono molti altri episodi degni nota. Quasi ogni giorno mi capita di imbattermi in gesti di accoglienza incondizionata, in attenzioni mai scontate. Come ieri notte, di rientro a casa da una serata con amici, sempre un tassista, ma questa volta molto giovane, mi chiede «Abla (sorella), vuoi che attenda che tu entri in casa?», così per accertarsi che fossi davvero al sicuro e che nel breve tragitto che mi separava dalla macchina al mio palazzo non mi succedesse davvero nulla... Che dire?! In fondo, non si tratta di essere gentili perché percepiti come ospite, come straniero. Qua c’è qualcosa in più. Una sensibilità umana, un’innata proiezione verso gli altri che abbatte i confini con il massimo rispetto e con la spontaneità delle proprie intenzioni. Certamente è verissimo che «misafir baş tacıdır» (l’ospıte è come la corona per la nostra testa, cioè è sempre benvenuto). E se gli ospiti sono la corona, i veri nobili sono coloro che ci riscaldano il cuore e lo spirito con attenzioni che, seppur piccole, hanno un valore immenso. È la ricchezza di essere persona nell’attraversare l’altro. E davvero, è proprio il caso di dire «Mamma li turchi».