Un w-end nel sud-est anatolico

 

Un w-end nel sud-est anatolico per rigenerarsi, sentire nuove vibrazioni e rinnovare l’energia. Queste poche parole racchiudono, forse egoisticamente, le sensazioni nello scoprire zone di cui tanto si parla e poco si conosce. E quel poco, purtroppo, è inaccurato. Perché, pur essendo luoghi di straordinaria importanza storica, crocevia di cultura e simbolo di convivenza religiosa ed etnica, sono spesso preceduti da una fama negativa, dettata da falsi miti e interpretazioni errate, macchiate spesso di ideologia. Se la storia si impara viaggiando e viaggiare apre la mente, é nell’osservazione diretta della vita quotidiana e nel dialogo con gli autoctoni che passa un’approfondita comprensione delle situazioni e delle sua tante sfumature. Ebbene, il sud-est anatolico turco, dai più conosciuto come quella zona della Turchia a maggioranza curda, è stato spesso oggetto di analisi pregiudiziali e divisive, sia internamente che per l’osservatore esterno che si approccia al Paese. Gli sfortunati eventi degli ultimi anni, che hanno visto ravvivarsi la minaccia terroristica di matrice separatista, hanno poi inflitto un ulteriore colpo alla reputazione dei luoghi. Come esperta di Turchia e ospite nel Paese da circa dieci anni, conosco bene le dinamiche e sono consapevole della fama distorta che la Mezzaluna possa godere all’estero, tuttavia, osservare con i miei occhi la realtà è servito ad empatizzare ulteriormente con la gente locale.

Sin dall’arrivo si rimane colpiti dai sorrisi, dall’estrema disponibilità delle persone che sono ben contente di riconoscerti come turista. In tutti gli sguardi incrociati c’è une certa profondità. Sono occhi che scrutano, guardano senza insistenza, ma con un fare famigliare. Sono occhi che curano e osservano da lontano per proteggerti. Con discrezione. Quella discrezione che non porta a fare domande, ma mette l’altro nelle condizioni di farle e di rispondere. Quella discrezione che è sinonimo di umiltà e quasi timidezza. Una modestia che mette a proprio agio, che cela, senza troppo mistero, un’apertura e voglia di condividere, senza essere invadenti. Tutte le persone incontrate, indistintamente dal ruolo e dalla circostanza, sorridono con orgoglio alle bellezze della propria terra, apprezzano i complimenti sinceri ai monumenti e all’atmosfera e le loro parole, ben ponderate, sono accomunate da una certa soddisfazione nell’incrociare il cammino di chi - vincendo il pregiudizio - può ammirare le loro ricchezze.

«Pensano che camminiamo armati, che siamo terroristi, che qua ci sia la guerra come in Siria», queste sono le frasi che ci sentiamo ripetere non appena diciamo che siamo in visita di piacere. «Prima c’erano molti turisti, da qualche anno le cose sono cambiate. Venivano anche tanti italiani». Dispiace scorgere una certa rassegnazione in quelle parole, come rattrista avere la conferma di come l’opinione pubblica molto spesso possa essere distorta. Personalmente sono stati momenti utili a distaccarsi da una routine standardizzata, in cui ho avuto la possibilità di calarmi in un contesto che pensavo ormai appartenere al passato, al mio o in quello mai vissuto di una generazione che mi ha preceduta. Vedere i bambini di tutte le età che si rincorrono e ridono insieme per strada mi riporta alla mia infanzia e a un paragone con la maggior parte dei bambini delle nostre città e del nostro mondo supertecnologico. Stessa sensazione di tenerezza quando scorgo un gruppo di ragazzini che giocano con le biglie sul marciapiede. Me lo raccontavano i miei genitori, ai miei tempi forse non si usava più... Sempre tra i vicoli delle botteghe, perché in questi posti i mestieri – dal fabbro al falegname – sono ancora importanti, si scorgono bambini che nella loro innocenza hanno proprie responsabilità: la bimba di otto anni che senza essere accompagnata spinge il passeggino del fratellino di poco più di un anno, atteggiandosi a mamma; le due sorelle nella bottega della frutta e verdura fanno spese e i due fratelli che camminano stretti in un abbraccio soddisfatti come se avessero conquistato il mondo. Una realtà fatta di piccole cose e di gesti molto semplici che sono però la cartina tornasole di una grande pace interiore che non si vuole turbare così come ci si cura della serenità dello straniero. Quando capita di imbattersi in ragazzini più insistenti che seguono passo passo, ergendosi a guida turistica, sono gli stessi membri della comunità a richiamarli all’ordine, pregandoli di non disturbare. Impossibile rimanere indifferenti davanti ad un ambiente così famigliare e rispettoso. Così come è difficile non sorridere con tenerezza davanti all’anziano che stringe il Corano tra le mani e chiede l’elemosina. La sua gratitudine si esprime in due timide domande relative alla nazionalità di appartenenza e all’esclamazione finale : «diventa musulmano» a fare intendere che la simpatia è reciproca. Quella stessa propensione verso lo straniero è stata forse più esplicita nel sorriso compiaciuto dell’anziano venditore. La sua bottega vende cose, dalle calze alla colla, dalle caramelle al deodorante. Il suo scattare in piedi al nostro fare capolino sulla porta è stato esemplificativo di un’accoglienza rispettosa e cordiale che ben presto si è dimostrata affettuosamente curiosa. Con l’offerta di confetti è stata sigillata la simpatia nei nostri confronti, a cui al solito sono susseguite domande discrete, la richiesta di una posa fotografica e il tentativo di non accettare la lira equivalente al prezzo delle caramelle che intendevo comprare, perché ospite. Dietro a quei volti e alle parole si sono create delle emozioni e delle riflessioni anche personali, sui luoghi, sul Paese, sulla conoscenza delle cose, sull’essere umani e sulla capacità di andare in profondità. Sensazioni e vibrazioni che non si sono placate con la partenza, anzi proprio prima del volo di rientro sono stati i ragazzi delle sicurezza in aeroporto a chiedere le nostre impressioni e sempre con lo stesso sguardo che brilla han fatto intendere che c’è ancora molto da scoprire. E il viaggio sicuramente continua.

 

Copertina: photo courtesy of Emanuele Tacconi