Note di speranza

 

Wael in arabo signfica ‘vicino a Dio’. E la sua storia è certamente segnata da una grande forza ed energia che lo hanno guidato nel suo non facile percorso. Ci siamo conosciuti nel 2015, quando era un mio studente, uno di quelli che noti subito per la compostezza, faccia e pulita e per quegli occhi profondi che seguono ogni movimento e riflettono su ogni parola. È stato uno dei migliori in quel semestre, ma io ignoravo la sua storia. E invece con il tempo, fuori dalle mura accademiche, abbiamo imparato a conoscerci. Ankara è una città particolare: seppur con i suoi quasi 8 milioni di abitanti, tra internazionali finisce che prima o poi ci incrociamo tutti, prendendo parte alle più disparate attività. E negli ultimi anni numerosi sono gli eventi di volontariato e raccolta fondi a favore dei rifugiati, che in Turchia sono quasi 4 milioni. «Il Concerto della Speranza» della band AMAL (che in arabo significa appunto ‘speranza’) è il vero punto di congunzione con Wael e tutti gli altri ragazzi siriani, iracheni e arabi in generale che, basandosi quasi esclusivamente sulle proprie forze, hanno creato queste catene di volontariato, supporto e raccolta fondi per chi, come loro, sono dovuti scappare dalla guerra, ma a differenza di loro, vivono in condizioni meno agiate. Wael oggi è il cantante del gruppo che e’ stato notato e monitorato anche dalle organizzazioni internazionali e dalle stesse è supportato in progetti di coesione sociale.

Era il 2011 quando il conflitto arrivava ad Aleppo e iniziavano a scarseggiare le risorse, inclusa l’elettricità. Wael era al suo ultimo anno di liceo e, grazie al generatore, studiava di notte per poter passare l’esame di stato di ingresso all’università. La situazione era brutta, un fratello – Tarek –  si trovava già in Turchia e i genitori erano sempre più preoccupati per la chiamata al servizio militare. Appena maggiorenne, Wael era pronto a partire, senza avere nulla in mano. Il piano era quello di arrivare anche lui in Turchia e scegliere l’università più affine alle sue aspettative. Ma senza un valido passaporto, l’unica alternativa è stata dirigersi in Libano, dove non conosceva nessuno, in attesa dei documenti. «Piangevo al telefono con mia madre. Ero piccolo e mi sentivo solo, ma lei non mi ha permesso di rientrare in Siria dove è rimasta con il resto della famiglia. Aveva paura per me e per il mio futuro». L’arrivo ad Ankara non è stato comunque facile: era il 2013 e il fenomeno ‘rifugiati’ non era ancora una questione politica e sociale; così, alcune università non accettavano i siriani per questioni di rigidità del sistema, mentre altre non garantivano la copertura di borse di studio. Ma alla fine, Wael entrò alla Facoltà di Ingegneria Industriale nell’Università dove lavoro e le nostre strade si sono incrociate.

Quegli occhi profondi e la sua compostezza – l’ho scoperto solo di recente – nascondevano in realtà un grande disagio, quello di sentirsi profondamente colpevole. Wael era nella condizione di poter vivere una vita agiata, studiare e divertirsi mentre il resto della famiglia era in guerra. «Mi sono dovuto adattare e con il tempo ho vinto la malinconia. In fondo ero fortunato, mio fratello era con me». Mentre una zia scappava da Aleppo e si rifugiava a Dubai, la madre riesce a venire in visita ad Ankara. Erano passati due anni da quando si erano lasciati. Dopo la Turchia ha introdotto il visto di ingresso per i siriani e non sono più riusciti a vedersi. In realtà è tornata un’altra volta, di passaggio per la Svezia con il figlio minore, dove si sarebbe rincongiunta con il marito. Era il 2015 quando il padre di Wael, quasi a sorpresa, venne a trovarli ad Ankara. Rimase una settimana prima di dirigersi in nave in Grecia e poi illegalmente in Europa, prima in Austria e infine in Svezia, dove ha acquisito asilo politico e, dopo varie difficoltà di adattamento, hanno iniziato a gestire una vita normale.

Wael è da tre anni che non riabbraccia i suoi, anche se sono costantemente in contatto. Dentro di sé sono cambiate molte cose, dopo un primo periodo di negazione in cui ha voluto estraniarsi dalla situazione in Siria, rifiutando di leggere notizie, guardare la TV e di allontanarsi da ogni cosa che lo potesse ricondurre a casa. Dopo la partenza dei genitori è come se si fosse risvegliato dal torpore. L’ultimo anno di università incontra Majd, un altro studente siriano che suona la chitarra, e pensano di fare qualcosa insieme. A Wael piace cantare, è quasi una dote naturale che non aveva mai considerato fino ad allora, se non sotto la doccia. Il duo si esibisce per la prima volta all’International Festival organizzato dal nostro Ateneo e, mentre si rinsaldano i rapporti con la comunità siriana ad Ankara, gli viene chiesto di esibirsi per beneficienza. Fanno un unico concerto. Uno solo. Non avevano strumenti, una chitarra, la voce e la mani che applaudivano. Dopo un anno apprendono che l’UNHCR ha un progetto sull’integrazione attraverso la musica. Vogliono dimostrare che i siriani in Turchia non sono solo quelli che chiedono l’elemosina. Formano un gruppo di dieci persone tra turchi e siriani e iniziano a darsi da fare, provano, cantano, suonano mentre l’UNHCR mette loro a disposizione l’attrezzatura e uno spazio dove riunirsi.

Ad Ankara inizia a spargersi la voce sull’esistenza di AMAL e, pur non essendo riusciti a vincere altri bandi, la comunità internazionale vuole comunque sponsorizzarli nell’organizzazione di un tour per tutta la Turchia. I componenti della band oggi sono sette: quattro siriani e tre turchi; girano regolarmente per le maggiori città del Paese per portare insieme i turchi e i siriani. La musica come collante sociale, come strumento per raggiungere le persone senza grandi proclami. Rimangono ovviamente i problemi di discriminazione, di comprensione reciproca e cleavage culturali. ‘L’ultima volta durate un concerto a Izmir si avvicina un anziano e mi dice: «in genere non mi piacciono gli arabi, mi piaci solo tu»’. Come questo, diversi sono gli episodi di aggressione verbale che ricorda Wael. Nonostante tutto, Wael dimostra positività e una grande maturità per i suoi 24 anni. ‘Non penso che sarei cresciuto così tanto senza passare attraverso tutto questo. La mia esperienza mi ha aiutato a cambiare prospettiva riguardo ogni cosa. Mio padre ad esempio non si sarebbe nemmeno mai seduto in un ristorante dove servono alcool, ora deve. Io anche seguivo le sue orme, invece mi sono trovato ad assaggiare l’alcool e ad avere punti di vista diversi riguardo la società’.

Quando parliamo di Siria mi dice timidamente che gli piacerebbe tornare, ma non per rimanere. In fondo la Turchia gli ha aperto molte porte e vorrebbe continuare a raggiungere i suoi obiettivi anche musicali, sta pensando a un tour europeo per esportare l’esperienza anche in altri contesti. E con la fermezza dei suoi occhi aggiunge ‘Voglio continuare ad aiutare i siriani. Prima mi negavo, poi quando ho iniziato a interessarmi, mi sono sentito meglio. Mi sento bene a regalare almeno un sorriso ai bambini. Penso di essere un buon esempio: sono arrivato senza nulla, ma ho ragginto qualcosa e questo è il messaggio che voglio che passi’.