Il çay del ritorno

 

Non importa quanto tempo sia passato, se sono mesi, giorni, anni o se è la prima volta: venire in Turchia ha sempre lo stesso sapore, quello di casa, dell’ambiente famigliare, del contatto umano. E della semplicità dei gesti che, però, dicono tanto. Ecco, la Turchia ha il sapore del the, quello tipico locale offerto in ogni circostanza nel bicchierino di vetro a forma di tulipano. È un gesto di accoglienza, un modo per far sentire a proprio agio e prendersi cura dell’altro. Il çay è un segno che va oltre l’ospitalità: è condivisione. Un dono che sicuramente fa sentire meno straniero, include in un certo modus vivendi, in una comunità. Davanti al çay scompare il confine tra l’essere yabancı (straniero) o autoctono e berlo diventa automatismo, un riempitivo nelle attese, un rito.

Sono passati ormai nove anni dal mio primo çay, che poi ha contrassegnato il mio percorso – professionale e personale – in questa terra. Raramente mi è capitato di sentirmi sola, anche se in fondo fisicamente lo sono stata. Il calore dei turchi, il loro spirito propositivo e la loro disponibilità, mettono al sicuro, nonostante ci sia lo scoglio della lingua. In un ambiente in continuo divenire e dalle numerose contraddizioni, a volte si corre il rischio di sentirsi alienati, ma possono essere sensazioni passeggere quando si riescono a instaurare rapporti umani scevri da giudizi o paragoni. È la semplicità della Turchia e del suo popolo: mostrarsi per quello che è, nella propria umiltà e gestualità e nell’accogliere con un occhio di riguardo il mısafır (ospite). È una vita semplice, nell’accezione di facile, nel momento in cui si colgono le sfumature dei gesti e si entra nel sistema della vita quotidiana.

Ultimamente mi è capitato di lasciare la Turchia per un periodo prolungato. Ha coinciso con il momento forse più difficile della mia esperienza e il più buio nella storia recente del Paese: i continui attacchi terroristi; il fallito colpo di Stato, la proclamazione dello stato di emergenza con le relative epurazioni mi avevano toccata da vicino oltre che nel profondo. La Turchia ed io come due grandi amiche ci siamo tenute per mano in questi anni: io ho osservato da vicino l’evolversi della cose, mi sono calata nella vita anatolica mentre crescevo e crescevano in me nuove consapevolezze mentre la Turchia procedeva nella sua trasformazione politica e sociale. Siamo cambiate insieme e le sue crisi in un certo senso sono diventate anche le mie. La mia intenzione non era scappare, ma cogliere l’opportunità di una nuova esperienza lavorativa. In un momento storico in cui tutti gli stranieri, spaventati, andavano via è stato spiacevole poter dare l’impressione che io non mi fidassi più.

Dopo un anno di distacco tornare è stato come sentirsi a casa propria, al posto giusto. In segno propiziatorio per me e per il Paese che mi accoglie, il primo çay è stato all’aeroporto di Istanbul in attesa della coincidenza per Ankara. Gli altri con gli amici e le numerose persone del quotidiano – dal calzolaio, al parrucchiere, dai negozianti ai colleghi e alla mia mate che con una certa contentezza mista a stupore –come se si fossero accordati – ripetono che in fondo era ovvio che tornassi. Forse hanno ragione loro: è un legame profondo, fatto di connessioni e di vibrazioni che avvolge e coinvolge. Dopo tutto, sono convinta che sia opportuno tenere stretta la mano degli amici, anche quando sono problematici e si mostrano eccessivamente autoreferenziali.

Kalbım sende yazdım – ho scritto il mio cuore nel tuo – si dice da queste parti.