Valeria Giannotta

 

Sono arrivata in Turchia nel 2009 per motivi di ricerca e professionali senza alcuna aspettativa, pensando di rimanere al massimo sei mesi. E invece sono passati anni, pieni di tutto. Istanbul, Gaziantep, Ankara… Abito un paese in continua trasformazione, che mi ha accolta in mezzo a contraddizioni e sfumature.

L’angolo del çay è uno spazio offerto per avvicinare la Turchia e la sua gente attraverso la storia del mio quotidiano. Esperienze, eventi, incontri, relazioni: scampoli di vita. L’auspicio è di aiutare a uscire dai cliché a senso unico, che non colgono la complessità cangiante del reale. E di invitare a conoscere questa immensa terra dai mille volti un po’ più da vicino.

Mezzaluna calante? Tutto è kısmet

 

Ad un mese dalla brusca crisi economica che ha investito la Turchia, osservando dall’esterno, le aspettative sono sicuramente più cupe rispetto alla realtà del quotidiano. Certamente aleggia il timore di un tracollo simile a quello del 2001 – quando a risanare le finanze è intervenuto il Fondo Monetario Internazionale – e il costante fastidio verso le manovre americane. L’ossessione del continuo apprezzamento del dollaro sulla lira fa da corollario a un sentimento comune insito nella psicologia sociale del Paese: la sfiducia verso il partner americano, che storicamente all’evenienza ha colpito più volte la Mezzaluna e il suo popolo. Da ultimo la rappresaglia economica che suggella il già perdurante braccio di ferro su determinate questioni di politica interna, con riflessi anche regionali. La mancata estradizione di Fetullah Gülen, il mullah autoesiliatosi in Pensylvania sin dagli anni ‘90 e considerato da Ankara l’architetto del tentato golpe del 2016, a cui è conseguito il fermo in carcere a Izmir del pastore americano Brunson. A poco sono servite le negoziazioni per i rispettivi rilasci, a cui si aggiungono anche le forti discrepanze strategiche in Siria e il supporto accordato dagli USA alle milizie curde del PYG, riconosciute come costola siriana del PKK. Ma non è questo che preoccupa davvero le persone comuni: è come se ognuno avesse una propria teoria e fornisse una propria previsione. «Il dollaro continua a salire, entro l’anno nuovo ci sarà un tracollo» si sente spesso ripetere e nelle facce permane quel sorriso tipico di chi si affida al destino e che poco può fare se c’è un disegno prestabilito. «Inşallah iyi olacak» (se Dio vuole andrà bene), sento ripetere. In fondo è una formula che si usa spesso da queste parti: ci si rimette alla volontà del Signore, non c’è altro da fare. E con la stessa calma e fede di chi, pur avendo preoccupazioni, sa che comunque le crisi si attraversano e si superano – come la storia del Paese ha spesso dimostrato – si attende. Il parrucchiere Süleyman bey, in un sabato pomeriggio come tanti, è seduto su una poltrona del suo negozio attendendo che arrivi la prima cliente. «È sabato, di solito è pieno, ti ricordi?», dice. «La crisi si vede...». Dello stesso avviso Ahmet bey, che consegna le damigiane di acqua a domicilio. Lui i prezzi non li ha alzati a seguito del crescente tasso di inflazione, ma mostra un sorriso preoccupato. «Che faremo quando a fine anno ci sarà una crisi ancora peggiore?» e aggiunge «perchè noi dobbiamo essere dipendenti dal dollaro?». Non è proprio dello stesso avviso Sultan hanım, la sarta che dentro al suo piccolo laboratorio nascosto in un pasaj nel centro di Ankara continua a ricevere le clienti e a produrre capi da lei ideati. «Si lavora come sempre», afferma con lo stesso sorriso che sfoggia ogni giorno, quello di chi fa del mestiere un’arte e del lavoro il principio di vita. Anche un’altra donna, Esma, manda avanti la sua attività senza particolari contraccolpi, ma con l’interrogativo che mi rivolge quasi sempre: «Che succederà al dollaro, si alzerà ancora?». Come se l’opinione di un’europea possa essere rassicurante. Forse è un discorso troppo lungo da affrontare e probabilmente a poco servono le analisi quando in gioco c’è il sentimento comune. Fatto sta che la grandezza di questo Paese si misura nell’animo del suo popolo, che in certe sfumature fa trapelare un senso di insicurezza, ben mascherato dall’orgoglio nazionalista. La calma, quella di chi sa attendere e accettare ogni cosa, perché in fondo ogni cosa è kısmet – se è scritto che succeda, succederà – è la peculiarità e vera forza dei nostri amici turchi.

 

 

Il çay del ritorno

 

Non importa quanto tempo sia passato, se sono mesi, giorni, anni o se è la prima volta: venire in Turchia ha sempre lo stesso sapore, quello di casa, dell’ambiente famigliare, del contatto umano. E della semplicità dei gesti che, però, dicono tanto. Ecco, la Turchia ha il sapore del the, quello tipico locale offerto in ogni circostanza nel bicchierino di vetro a forma di tulipano. È un gesto di accoglienza, un modo per far sentire a proprio agio e prendersi cura dell’altro. Il çay è un segno che va oltre l’ospitalità: è condivisione. Un dono che sicuramente fa sentire meno straniero, include in un certo modus vivendi, in una comunità. Davanti al çay scompare il confine tra l’essere yabancı (straniero) o autoctono e berlo diventa automatismo, un riempitivo nelle attese, un rito.

Sono passati ormai nove anni dal mio primo çay, che poi ha contrassegnato il mio percorso – professionale e personale – in questa terra. Raramente mi è capitato di sentirmi sola, anche se in fondo fisicamente lo sono stata. Il calore dei turchi, il loro spirito propositivo e la loro disponibilità, mettono al sicuro, nonostante ci sia lo scoglio della lingua. In un ambiente in continuo divenire e dalle numerose contraddizioni, a volte si corre il rischio di sentirsi alienati, ma possono essere sensazioni passeggere quando si riescono a instaurare rapporti umani scevri da giudizi o paragoni. È la semplicità della Turchia e del suo popolo: mostrarsi per quello che è, nella propria umiltà e gestualità e nell’accogliere con un occhio di riguardo il mısafır (ospite). È una vita semplice, nell’accezione di facile, nel momento in cui si colgono le sfumature dei gesti e si entra nel sistema della vita quotidiana.

Ultimamente mi è capitato di lasciare la Turchia per un periodo prolungato. Ha coinciso con il momento forse più difficile della mia esperienza e il più buio nella storia recente del Paese: i continui attacchi terroristi; il fallito colpo di Stato, la proclamazione dello stato di emergenza con le relative epurazioni mi avevano toccata da vicino oltre che nel profondo. La Turchia ed io come due grandi amiche ci siamo tenute per mano in questi anni: io ho osservato da vicino l’evolversi della cose, mi sono calata nella vita anatolica mentre crescevo e crescevano in me nuove consapevolezze mentre la Turchia procedeva nella sua trasformazione politica e sociale. Siamo cambiate insieme e le sue crisi in un certo senso sono diventate anche le mie. La mia intenzione non era scappare, ma cogliere l’opportunità di una nuova esperienza lavorativa. In un momento storico in cui tutti gli stranieri, spaventati, andavano via è stato spiacevole poter dare l’impressione che io non mi fidassi più.

Dopo un anno di distacco tornare è stato come sentirsi a casa propria, al posto giusto. In segno propiziatorio per me e per il Paese che mi accoglie, il primo çay è stato all’aeroporto di Istanbul in attesa della coincidenza per Ankara. Gli altri con gli amici e le numerose persone del quotidiano – dal calzolaio, al parrucchiere, dai negozianti ai colleghi e alla mia mate che con una certa contentezza mista a stupore –come se si fossero accordati – ripetono che in fondo era ovvio che tornassi. Forse hanno ragione loro: è un legame profondo, fatto di connessioni e di vibrazioni che avvolge e coinvolge. Dopo tutto, sono convinta che sia opportuno tenere stretta la mano degli amici, anche quando sono problematici e si mostrano eccessivamente autoreferenziali.

Kalbım sende yazdım – ho scritto il mio cuore nel tuo – si dice da queste parti.

 

 

 

 

 

 

Erdogan e il suo partito

AKP. Tra conservatorismo e riformismo

Valeria Giannotta

(Castelvecchi, 2018)

 

L’affermazione dell’AKP come partito di centrodestra con radici ideologiche islamiste e la sua posizione sempre più dominante all’interno del sistema statuale turco sono esempi perfetti di trasformazione politica. Asceso al potere nel 2002 come catch all party con un programma “democratico conservatore”, si è col tempo strutturato su posizioni sempre più identitarie e ideologicamente orientate, avviando un nuovo corso politico in Turchia. Capace di mobilitare le masse grazie al carisma del suo leader fondatore – Recep Tayyip Erdogan – ha avviato profondi cambiamenti nella società e nel sistema politico del Paese anatolico. Combinato all’analisi teorica organizzativa del partito e del suo programma, questo libro pone particolare attenzione alla comprensione della politica turca da un punto di vista oggettivo e interno, anche grazie all’osservazione sul campo dei maggiori avvenimenti sociopolitici vissuti dalla Turchia negli ultimi vent’anni.