Valeria Giannotta

 

Sono arrivata in Turchia nel 2009 per motivi di ricerca e professionali senza alcuna aspettativa, pensando di rimanere al massimo sei mesi. E invece sono passati anni, pieni di tutto. Istanbul, Gaziantep, Ankara… Abito un paese in continua trasformazione, che mi ha accolta in mezzo a contraddizioni e sfumature.

L’angolo del çay è uno spazio offerto per avvicinare la Turchia e la sua gente attraverso la storia del mio quotidiano. Esperienze, eventi, incontri, relazioni: scampoli di vita. L’auspicio è di aiutare a uscire dai cliché a senso unico, che non colgono la complessità cangiante del reale. E di invitare a conoscere questa immensa terra dai mille volti un po’ più da vicino.

Mamma li turchi

 

Si dice che siano le persone a rendere grande un luogo, e questo è soprattutto vero per la Turchia, la cui percezione nell’immaginario comune, purtroppo, a volte è abbastanza distorta.

La Turchia e i turchi, storicamente e tradizionalmente, godono di una fama con connotazioni negative. «Mamma li turchi» siamo soliti dire. E ancora «cose turche» per indicare qualcosa di strano. İn fondo, però, la stranezza delle cose turche riporta a una rara semplicità e genuinità. Ebbene, come ogni Paese mediterraneo, anche da queste parti l’ospite è sacro. Ma qua l’attenzione accordata all’altro non è soltanto questione di ospitalità fine a se stessa, incarna qualcosa di più profondo: ogni gesto fa svanire quella sensazione di essere di passaggio. Pochi gesti, estremamente semplici nella loro spontaneità, possono cambiare le giornate, fare svanire timidezze e malumori, generando un certo stupore e spirito di inclusione. Qua ti puoi sentire estraneo e nello stesso tempo appartenere a un qualcosa, a una comunità senza davvero farne parte. Ti senti protetto, al sicuro come nell’abbraccio caldo di quegli amici che sanno dirti «non ti preoccupare». Ecco, attenzione per le piccole cose, per l’altro. Quello che in certi momenti ti infonde energia, emozionando. Questo è lo spirito di tutti i turchi, indistintamente dallo status e dalle circostanze. Hanno uno sguardo lungo che coglie i dettagli e le sfumature della gestualità di chi si ha di fronte. Continuo a pensare e dire che in Turchia non ci si sente mai davvero solo, che l’inaspettato può accadere e che quei gesti spontanei, propri di uno spirito comunitario, avvolgono e fanno riflettere. Sì, riflettere sulla gratuità della genuinità e della spontaneità, del vivere in accordo con certi valori. Pochi esempi successi di recente, che ricordo col sorriso sulle labbra e con quel piacevole stupore che mi fa pensare che se anche volessi, io non riuscirei a prestare così tanta attenzione all’altro, forse per quei filtri mentali su cui siamo settati nel gestire la vita quotidiana, guardano a noi e meno all’altro.

E così un giorno, in un villaggio della Cappadocia, mentre seduti su un dondolo, attendendo uno di quei tramonti che ti avvolge con i propri colori cangianti e bevendo çay, ci siamo accorti che le sigarette erano finite, semplicemente prendendo il pacchetto in mano e constatando che era vuoto. Del tutto isolati, a un certo punto, ci raggiunge una donna magicamente avvolta nel suo velo, con lo sguardo penetrante decorato dal kajal nero. Pur non parlando una parola di inglese, si è fatta capire e ci ha lasciato il suo pacchetto, ancora intero, con l’accendino. Ci aveva visto da lontano, aveva colto il nostro desiderio, ed ecco che ha fatto in modo che tutto fosse perfetto. A poco sono serviti i tentativi di rifiutare l’offerta. Col sorriso mi ha preso la mano quasi incoraggiando a non farmi problemi ad accettare l’intero pacchetto. Per lei non c’era nulla di straordinario in quel dono. Insomma, io dello straordinario l’ho visto e sentito! Ci ha lasciati salutando col sorriso e allontanandosi con la stessa armonia del sole che stava calando. Uno scenario fiabesco, nel più completo silenzio anatolico, solo poche parole che però dicono tanto... Un incontro fugace, un’immagine che è entrata dentro e rappresenta più di altre lo spirito di questo Paese.

E in un altro viaggio ho avuto la conferma che c’è della magia nell’essere umano e che certe attenzioni sono proprie dei turchi, indipendentemente dal ceto, dalla latitudine e dalle situazioni. In aereo di rientro ad Ankara, dopo un fine settimana al mare, tossivo per un maledetto raffreddore. La ragazza seduta di fianco a me, mi porge uno scialle e mi suggerisce di indossarlo per non peggiorare la mia situazione. E non solo, tira fuori dalla sua borsa un antiinfluenzale e m’invita a prenderlo. Attenzione, attenzioni che riscaldano il cuore, dagli effetti terapeutici, rivolte da chi, pur apparendo momentaneamente, riesce a sintonizzarsi su di te e le tue esigenze, semplicemente guardando.

A volte le parole non servono, altre volte sono utili a spiegarsi ed è così che un tassista, conducendomi in aeroporto con una certa fretta, non ha voluto aspettare che io prelevassi il denaro per pagare la corsa, consapevole che avrei perso del tempo utile per l’imbarco. Mi ha semplicemente detto: «Non è importante, quando torni puoi portare i soldi alla mia stazione dei taxi». E davvero non importava quando sarei tornata. Lui si fidava o semplicemente le priorità nella scala di valori della sua vita sono diverse. Evidentemente la vera ricchezza per quell’uomo, indefesso lavoratore che corre da una parte all’altra della città di giorno e notte, non dipende dai soldi, ma dal contatto umano, dal proiettarsi verso l’altro, seppur sconosciuto, dal sentirsi persona. E come questi ci sono molti altri episodi degni nota. Quasi ogni giorno mi capita di imbattermi in gesti di accoglienza incondizionata, in attenzioni mai scontate. Come ieri notte, di rientro a casa da una serata con amici, sempre un tassista, ma questa volta molto giovane, mi chiede «Abla (sorella), vuoi che attenda che tu entri in casa?», così per accertarsi che fossi davvero al sicuro e che nel breve tragitto che mi separava dalla macchina al mio palazzo non mi succedesse davvero nulla... Che dire?! In fondo, non si tratta di essere gentili perché percepiti come ospite, come straniero. Qua c’è qualcosa in più. Una sensibilità umana, un’innata proiezione verso gli altri che abbatte i confini con il massimo rispetto e con la spontaneità delle proprie intenzioni. Certamente è verissimo che «misafir baş tacıdır» (l’ospıte è come la corona per la nostra testa, cioè è sempre benvenuto). E se gli ospiti sono la corona, i veri nobili sono coloro che ci riscaldano il cuore e lo spirito con attenzioni che, seppur piccole, hanno un valore immenso. È la ricchezza di essere persona nell’attraversare l’altro. E davvero, è proprio il caso di dire «Mamma li turchi».

Tra Chimera e realtà

 

Quando si vive in un posto a lungo ci si sente a casa e tanti gesti, simboli, rituali diventano quotidianità. Forse si danno per ovvi e anche un po' scontati, ma con lo sguardo distaccato dello yabancı (straniero) appaiono sempre un po' esotici. La routine di ogni giorno è fatta di tanta gestualità, di formule dette e non dette talmente peculiari che fluiscono quasi automaticamente e a ben pensare, non solo è quasi impossibile tradurle in un'altra lingua e in un'altra cultura, ma è anche difficile raccontarle e descriverle. È come se fuori dal loro contesto perdessero la magia, l'intensità e il significato. Certamente in dieci anni di vita in Turchia di esempi ce ne sarebbero a bizzeffe, ma appunto mi risulta complicato condividerli. Ecco perché partirei dalla fine, da piccole situazioni vissute ultimamente, ma che aiutano a dare l'idea di quanto grande possa essere questo Paese e la sua gente.

Come è noto, appena posso è mia abitudine concedermi un paio di giorni viaggiando e scoprire o riscoprire, non solo per prendere una boccata d'aria fuori dalla monotonia della capitale, ma anche per continuare a penetrare questo Paese in continuo divenire. Parlare con la sua gente, nelle diverse regioni, con diversi accenti, respirare l'aria che soffia sulla costa occidentale o su quella meridionale non solo è rigenerante, ma arricchisce. Le tappe degli ultimi tempi hanno visto luoghi incantati sospesi nel tempo tra le provincie di Izmir e Antalya e una tappa finale nella megapoli Istanbul. Ovunque un'atmosfera peculiare e note di memoria da conservare.

I luoghi della Chimera nella provincia di Antalya sono immersi nel verde in uno scenario pacifico fatto di spiagge tranquille e macchia mediterranea incorniciati in un cielo di quelli infiniti che regalano stelle che nella loro brillantezza si riflettono sull'acqua. E l'atteggiamento degli autoctoni riflette la calma dei ritmi naturali di questi posti leggendari. E proprio al calare del sole, nel luogo della Chimera, che la magia diviene realtà... e piccoli fuochi si accendono dal ventre della terra. E tutti, indistintamente dalla provenienza, attendiamo che la magia avvenga, rimanendo incantati davanti al fuoco che diventa oggetto di selfie, ma soprattutto luogo di raccoglimento e condivisione. I più attrezzati organizzano dei veri e propri pic-nic davanti alle piccole fiamme, come quel gruppo turco-svizzero che, come se ci conoscessimo da sempre, con fare estremamente famigliare e inclusivo, mi hanno offerto del vino, invitando ad unirmi a loro nella fase barbecue e condividendo senza sosta tutto ciò che avevano portato. La Turchia è questa: comunità, quel che è mio diventa anche tuo. Pochi gesti, ma che accarezzano il cuore. Uno scambio, di parole, pensieri. Come è successo qualche tempo fa passando per un piccolo villaggio della provincia di Izmir in puro stile ottomano, immerso nel verde. Prati e distese di ulivi, cavalli liberi e stallieri che osservano da lontano, ma quando percepiscono che il yabancı può capire la loro lingua si aprono in dialoghi senza fine sul come le cose stiano cambiando, la speculazione turistica stia trasformando ogni cosa e come la fiducia accordata al vicino stia scalfendo l'idea di comunità. Parole che a primo impatto suonano stonate e un po' sopra le righe, soprattutto fuori luogo, date le circostanze del nostro incontro, ma forse hanno un loro significato poi non così recondito.

La Turchia degli ultimi vent'anni è stata oggetto di boom edilizio, tutti gli spazi vuoti sono ora occupati da palazzoni e residence dello stesso stile. È stato l’esito del processo di urbanizzazione che da queste parti ha subito un’accelerazione negli ultimi tempi. E così l'autenticità di molti posti è stata inquinata in nome di servizi migliori e progresso. E questa trasformazione è quantomai evidente nelle grandi città, prima tra tutte Istanbul, dove ho vissuto fino a cinque anni fa. E ritornarci da turista per una visita approfondita ha svelato le sue nuove identità. Oltre ai nuovi quartieri e opere edilizie, che confondono i minareti delle moschee e i grattacieli, esito della politica di liberalizzazione verso il vicino Medio Oriente e soprattutto degli sfortunati eventi siriani, oggi interi quartieri hanno assunto una connotazione prevalentemente araba. Un carosello di negozi e ristoranti, che durante il Ramadan non riuscivano quasi a contenere l’affluenza dei clienti. Arabi residenti in Turchia, per scelta o necessità. Altro segno, forse il più tangibile di ospitalità.

Un Paese in divenire questa Turchia, la cui vita scorre veloce senza perdere la propria genuinità, dove c'è posto per tutti, nel bene e nel male.

 

 

Un w-end nel sud-est anatolico

 

Un w-end nel sud-est anatolico per rigenerarsi, sentire nuove vibrazioni e rinnovare l’energia. Queste poche parole racchiudono, forse egoisticamente, le sensazioni nello scoprire zone di cui tanto si parla e poco si conosce. E quel poco, purtroppo, è inaccurato. Perché, pur essendo luoghi di straordinaria importanza storica, crocevia di cultura e simbolo di convivenza religiosa ed etnica, sono spesso preceduti da una fama negativa, dettata da falsi miti e interpretazioni errate, macchiate spesso di ideologia. Se la storia si impara viaggiando e viaggiare apre la mente, é nell’osservazione diretta della vita quotidiana e nel dialogo con gli autoctoni che passa un’approfondita comprensione delle situazioni e delle sua tante sfumature. Ebbene, il sud-est anatolico turco, dai più conosciuto come quella zona della Turchia a maggioranza curda, è stato spesso oggetto di analisi pregiudiziali e divisive, sia internamente che per l’osservatore esterno che si approccia al Paese. Gli sfortunati eventi degli ultimi anni, che hanno visto ravvivarsi la minaccia terroristica di matrice separatista, hanno poi inflitto un ulteriore colpo alla reputazione dei luoghi. Come esperta di Turchia e ospite nel Paese da circa dieci anni, conosco bene le dinamiche e sono consapevole della fama distorta che la Mezzaluna possa godere all’estero, tuttavia, osservare con i miei occhi la realtà è servito ad empatizzare ulteriormente con la gente locale.

Sin dall’arrivo si rimane colpiti dai sorrisi, dall’estrema disponibilità delle persone che sono ben contente di riconoscerti come turista. In tutti gli sguardi incrociati c’è une certa profondità. Sono occhi che scrutano, guardano senza insistenza, ma con un fare famigliare. Sono occhi che curano e osservano da lontano per proteggerti. Con discrezione. Quella discrezione che non porta a fare domande, ma mette l’altro nelle condizioni di farle e di rispondere. Quella discrezione che è sinonimo di umiltà e quasi timidezza. Una modestia che mette a proprio agio, che cela, senza troppo mistero, un’apertura e voglia di condividere, senza essere invadenti. Tutte le persone incontrate, indistintamente dal ruolo e dalla circostanza, sorridono con orgoglio alle bellezze della propria terra, apprezzano i complimenti sinceri ai monumenti e all’atmosfera e le loro parole, ben ponderate, sono accomunate da una certa soddisfazione nell’incrociare il cammino di chi - vincendo il pregiudizio - può ammirare le loro ricchezze.

«Pensano che camminiamo armati, che siamo terroristi, che qua ci sia la guerra come in Siria», queste sono le frasi che ci sentiamo ripetere non appena diciamo che siamo in visita di piacere. «Prima c’erano molti turisti, da qualche anno le cose sono cambiate. Venivano anche tanti italiani». Dispiace scorgere una certa rassegnazione in quelle parole, come rattrista avere la conferma di come l’opinione pubblica molto spesso possa essere distorta. Personalmente sono stati momenti utili a distaccarsi da una routine standardizzata, in cui ho avuto la possibilità di calarmi in un contesto che pensavo ormai appartenere al passato, al mio o in quello mai vissuto di una generazione che mi ha preceduta. Vedere i bambini di tutte le età che si rincorrono e ridono insieme per strada mi riporta alla mia infanzia e a un paragone con la maggior parte dei bambini delle nostre città e del nostro mondo supertecnologico. Stessa sensazione di tenerezza quando scorgo un gruppo di ragazzini che giocano con le biglie sul marciapiede. Me lo raccontavano i miei genitori, ai miei tempi forse non si usava più... Sempre tra i vicoli delle botteghe, perché in questi posti i mestieri – dal fabbro al falegname – sono ancora importanti, si scorgono bambini che nella loro innocenza hanno proprie responsabilità: la bimba di otto anni che senza essere accompagnata spinge il passeggino del fratellino di poco più di un anno, atteggiandosi a mamma; le due sorelle nella bottega della frutta e verdura fanno spese e i due fratelli che camminano stretti in un abbraccio soddisfatti come se avessero conquistato il mondo. Una realtà fatta di piccole cose e di gesti molto semplici che sono però la cartina tornasole di una grande pace interiore che non si vuole turbare così come ci si cura della serenità dello straniero. Quando capita di imbattersi in ragazzini più insistenti che seguono passo passo, ergendosi a guida turistica, sono gli stessi membri della comunità a richiamarli all’ordine, pregandoli di non disturbare. Impossibile rimanere indifferenti davanti ad un ambiente così famigliare e rispettoso. Così come è difficile non sorridere con tenerezza davanti all’anziano che stringe il Corano tra le mani e chiede l’elemosina. La sua gratitudine si esprime in due timide domande relative alla nazionalità di appartenenza e all’esclamazione finale : «diventa musulmano» a fare intendere che la simpatia è reciproca. Quella stessa propensione verso lo straniero è stata forse più esplicita nel sorriso compiaciuto dell’anziano venditore. La sua bottega vende cose, dalle calze alla colla, dalle caramelle al deodorante. Il suo scattare in piedi al nostro fare capolino sulla porta è stato esemplificativo di un’accoglienza rispettosa e cordiale che ben presto si è dimostrata affettuosamente curiosa. Con l’offerta di confetti è stata sigillata la simpatia nei nostri confronti, a cui al solito sono susseguite domande discrete, la richiesta di una posa fotografica e il tentativo di non accettare la lira equivalente al prezzo delle caramelle che intendevo comprare, perché ospite. Dietro a quei volti e alle parole si sono create delle emozioni e delle riflessioni anche personali, sui luoghi, sul Paese, sulla conoscenza delle cose, sull’essere umani e sulla capacità di andare in profondità. Sensazioni e vibrazioni che non si sono placate con la partenza, anzi proprio prima del volo di rientro sono stati i ragazzi delle sicurezza in aeroporto a chiedere le nostre impressioni e sempre con lo stesso sguardo che brilla han fatto intendere che c’è ancora molto da scoprire. E il viaggio sicuramente continua.

 

Copertina: photo courtesy of Emanuele Tacconi

 

 

 

Note di speranza

 

Wael in arabo signfica ‘vicino a Dio’. E la sua storia è certamente segnata da una grande forza ed energia che lo hanno guidato nel suo non facile percorso. Ci siamo conosciuti nel 2015, quando era un mio studente, uno di quelli che noti subito per la compostezza, faccia e pulita e per quegli occhi profondi che seguono ogni movimento e riflettono su ogni parola. È stato uno dei migliori in quel semestre, ma io ignoravo la sua storia. E invece con il tempo, fuori dalle mura accademiche, abbiamo imparato a conoscerci. Ankara è una città particolare: seppur con i suoi quasi 8 milioni di abitanti, tra internazionali finisce che prima o poi ci incrociamo tutti, prendendo parte alle più disparate attività. E negli ultimi anni numerosi sono gli eventi di volontariato e raccolta fondi a favore dei rifugiati, che in Turchia sono quasi 4 milioni. «Il Concerto della Speranza» della band AMAL (che in arabo significa appunto ‘speranza’) è il vero punto di congunzione con Wael e tutti gli altri ragazzi siriani, iracheni e arabi in generale che, basandosi quasi esclusivamente sulle proprie forze, hanno creato queste catene di volontariato, supporto e raccolta fondi per chi, come loro, sono dovuti scappare dalla guerra, ma a differenza di loro, vivono in condizioni meno agiate. Wael oggi è il cantante del gruppo che e’ stato notato e monitorato anche dalle organizzazioni internazionali e dalle stesse è supportato in progetti di coesione sociale.

Era il 2011 quando il conflitto arrivava ad Aleppo e iniziavano a scarseggiare le risorse, inclusa l’elettricità. Wael era al suo ultimo anno di liceo e, grazie al generatore, studiava di notte per poter passare l’esame di stato di ingresso all’università. La situazione era brutta, un fratello – Tarek –  si trovava già in Turchia e i genitori erano sempre più preoccupati per la chiamata al servizio militare. Appena maggiorenne, Wael era pronto a partire, senza avere nulla in mano. Il piano era quello di arrivare anche lui in Turchia e scegliere l’università più affine alle sue aspettative. Ma senza un valido passaporto, l’unica alternativa è stata dirigersi in Libano, dove non conosceva nessuno, in attesa dei documenti. «Piangevo al telefono con mia madre. Ero piccolo e mi sentivo solo, ma lei non mi ha permesso di rientrare in Siria dove è rimasta con il resto della famiglia. Aveva paura per me e per il mio futuro». L’arrivo ad Ankara non è stato comunque facile: era il 2013 e il fenomeno ‘rifugiati’ non era ancora una questione politica e sociale; così, alcune università non accettavano i siriani per questioni di rigidità del sistema, mentre altre non garantivano la copertura di borse di studio. Ma alla fine, Wael entrò alla Facoltà di Ingegneria Industriale nell’Università dove lavoro e le nostre strade si sono incrociate.

Quegli occhi profondi e la sua compostezza – l’ho scoperto solo di recente – nascondevano in realtà un grande disagio, quello di sentirsi profondamente colpevole. Wael era nella condizione di poter vivere una vita agiata, studiare e divertirsi mentre il resto della famiglia era in guerra. «Mi sono dovuto adattare e con il tempo ho vinto la malinconia. In fondo ero fortunato, mio fratello era con me». Mentre una zia scappava da Aleppo e si rifugiava a Dubai, la madre riesce a venire in visita ad Ankara. Erano passati due anni da quando si erano lasciati. Dopo la Turchia ha introdotto il visto di ingresso per i siriani e non sono più riusciti a vedersi. In realtà è tornata un’altra volta, di passaggio per la Svezia con il figlio minore, dove si sarebbe rincongiunta con il marito. Era il 2015 quando il padre di Wael, quasi a sorpresa, venne a trovarli ad Ankara. Rimase una settimana prima di dirigersi in nave in Grecia e poi illegalmente in Europa, prima in Austria e infine in Svezia, dove ha acquisito asilo politico e, dopo varie difficoltà di adattamento, hanno iniziato a gestire una vita normale.

Wael è da tre anni che non riabbraccia i suoi, anche se sono costantemente in contatto. Dentro di sé sono cambiate molte cose, dopo un primo periodo di negazione in cui ha voluto estraniarsi dalla situazione in Siria, rifiutando di leggere notizie, guardare la TV e di allontanarsi da ogni cosa che lo potesse ricondurre a casa. Dopo la partenza dei genitori è come se si fosse risvegliato dal torpore. L’ultimo anno di università incontra Majd, un altro studente siriano che suona la chitarra, e pensano di fare qualcosa insieme. A Wael piace cantare, è quasi una dote naturale che non aveva mai considerato fino ad allora, se non sotto la doccia. Il duo si esibisce per la prima volta all’International Festival organizzato dal nostro Ateneo e, mentre si rinsaldano i rapporti con la comunità siriana ad Ankara, gli viene chiesto di esibirsi per beneficienza. Fanno un unico concerto. Uno solo. Non avevano strumenti, una chitarra, la voce e la mani che applaudivano. Dopo un anno apprendono che l’UNHCR ha un progetto sull’integrazione attraverso la musica. Vogliono dimostrare che i siriani in Turchia non sono solo quelli che chiedono l’elemosina. Formano un gruppo di dieci persone tra turchi e siriani e iniziano a darsi da fare, provano, cantano, suonano mentre l’UNHCR mette loro a disposizione l’attrezzatura e uno spazio dove riunirsi.

Ad Ankara inizia a spargersi la voce sull’esistenza di AMAL e, pur non essendo riusciti a vincere altri bandi, la comunità internazionale vuole comunque sponsorizzarli nell’organizzazione di un tour per tutta la Turchia. I componenti della band oggi sono sette: quattro siriani e tre turchi; girano regolarmente per le maggiori città del Paese per portare insieme i turchi e i siriani. La musica come collante sociale, come strumento per raggiungere le persone senza grandi proclami. Rimangono ovviamente i problemi di discriminazione, di comprensione reciproca e cleavage culturali. ‘L’ultima volta durate un concerto a Izmir si avvicina un anziano e mi dice: «in genere non mi piacciono gli arabi, mi piaci solo tu»’. Come questo, diversi sono gli episodi di aggressione verbale che ricorda Wael. Nonostante tutto, Wael dimostra positività e una grande maturità per i suoi 24 anni. ‘Non penso che sarei cresciuto così tanto senza passare attraverso tutto questo. La mia esperienza mi ha aiutato a cambiare prospettiva riguardo ogni cosa. Mio padre ad esempio non si sarebbe nemmeno mai seduto in un ristorante dove servono alcool, ora deve. Io anche seguivo le sue orme, invece mi sono trovato ad assaggiare l’alcool e ad avere punti di vista diversi riguardo la società’.

Quando parliamo di Siria mi dice timidamente che gli piacerebbe tornare, ma non per rimanere. In fondo la Turchia gli ha aperto molte porte e vorrebbe continuare a raggiungere i suoi obiettivi anche musicali, sta pensando a un tour europeo per esportare l’esperienza anche in altri contesti. E con la fermezza dei suoi occhi aggiunge ‘Voglio continuare ad aiutare i siriani. Prima mi negavo, poi quando ho iniziato a interessarmi, mi sono sentito meglio. Mi sento bene a regalare almeno un sorriso ai bambini. Penso di essere un buon esempio: sono arrivato senza nulla, ma ho ragginto qualcosa e questo è il messaggio che voglio che passi’.

 

 

 

 

Mezzaluna calante? Tutto è kısmet

 

Ad un mese dalla brusca crisi economica che ha investito la Turchia, osservando dall’esterno, le aspettative sono sicuramente più cupe rispetto alla realtà del quotidiano. Certamente aleggia il timore di un tracollo simile a quello del 2001 – quando a risanare le finanze è intervenuto il Fondo Monetario Internazionale – e il costante fastidio verso le manovre americane. L’ossessione del continuo apprezzamento del dollaro sulla lira fa da corollario a un sentimento comune insito nella psicologia sociale del Paese: la sfiducia verso il partner americano, che storicamente all’evenienza ha colpito più volte la Mezzaluna e il suo popolo. Da ultimo la rappresaglia economica che suggella il già perdurante braccio di ferro su determinate questioni di politica interna, con riflessi anche regionali. La mancata estradizione di Fetullah Gülen, il mullah autoesiliatosi in Pensylvania sin dagli anni ‘90 e considerato da Ankara l’architetto del tentato golpe del 2016, a cui è conseguito il fermo in carcere a Izmir del pastore americano Brunson. A poco sono servite le negoziazioni per i rispettivi rilasci, a cui si aggiungono anche le forti discrepanze strategiche in Siria e il supporto accordato dagli USA alle milizie curde del PYG, riconosciute come costola siriana del PKK. Ma non è questo che preoccupa davvero le persone comuni: è come se ognuno avesse una propria teoria e fornisse una propria previsione. «Il dollaro continua a salire, entro l’anno nuovo ci sarà un tracollo» si sente spesso ripetere e nelle facce permane quel sorriso tipico di chi si affida al destino e che poco può fare se c’è un disegno prestabilito. «Inşallah iyi olacak» (se Dio vuole andrà bene), sento ripetere. In fondo è una formula che si usa spesso da queste parti: ci si rimette alla volontà del Signore, non c’è altro da fare. E con la stessa calma e fede di chi, pur avendo preoccupazioni, sa che comunque le crisi si attraversano e si superano – come la storia del Paese ha spesso dimostrato – si attende. Il parrucchiere Süleyman bey, in un sabato pomeriggio come tanti, è seduto su una poltrona del suo negozio attendendo che arrivi la prima cliente. «È sabato, di solito è pieno, ti ricordi?», dice. «La crisi si vede...». Dello stesso avviso Ahmet bey, che consegna le damigiane di acqua a domicilio. Lui i prezzi non li ha alzati a seguito del crescente tasso di inflazione, ma mostra un sorriso preoccupato. «Che faremo quando a fine anno ci sarà una crisi ancora peggiore?» e aggiunge «perchè noi dobbiamo essere dipendenti dal dollaro?». Non è proprio dello stesso avviso Sultan hanım, la sarta che dentro al suo piccolo laboratorio nascosto in un pasaj nel centro di Ankara continua a ricevere le clienti e a produrre capi da lei ideati. «Si lavora come sempre», afferma con lo stesso sorriso che sfoggia ogni giorno, quello di chi fa del mestiere un’arte e del lavoro il principio di vita. Anche un’altra donna, Esma, manda avanti la sua attività senza particolari contraccolpi, ma con l’interrogativo che mi rivolge quasi sempre: «Che succederà al dollaro, si alzerà ancora?». Come se l’opinione di un’europea possa essere rassicurante. Forse è un discorso troppo lungo da affrontare e probabilmente a poco servono le analisi quando in gioco c’è il sentimento comune. Fatto sta che la grandezza di questo Paese si misura nell’animo del suo popolo, che in certe sfumature fa trapelare un senso di insicurezza, ben mascherato dall’orgoglio nazionalista. La calma, quella di chi sa attendere e accettare ogni cosa, perché in fondo ogni cosa è kısmet – se è scritto che succeda, succederà – è la peculiarità e vera forza dei nostri amici turchi.

 

 

Il çay del ritorno

 

Non importa quanto tempo sia passato, se sono mesi, giorni, anni o se è la prima volta: venire in Turchia ha sempre lo stesso sapore, quello di casa, dell’ambiente famigliare, del contatto umano. E della semplicità dei gesti che, però, dicono tanto. Ecco, la Turchia ha il sapore del the, quello tipico locale offerto in ogni circostanza nel bicchierino di vetro a forma di tulipano. È un gesto di accoglienza, un modo per far sentire a proprio agio e prendersi cura dell’altro. Il çay è un segno che va oltre l’ospitalità: è condivisione. Un dono che sicuramente fa sentire meno straniero, include in un certo modus vivendi, in una comunità. Davanti al çay scompare il confine tra l’essere yabancı (straniero) o autoctono e berlo diventa automatismo, un riempitivo nelle attese, un rito.

Sono passati ormai nove anni dal mio primo çay, che poi ha contrassegnato il mio percorso – professionale e personale – in questa terra. Raramente mi è capitato di sentirmi sola, anche se in fondo fisicamente lo sono stata. Il calore dei turchi, il loro spirito propositivo e la loro disponibilità, mettono al sicuro, nonostante ci sia lo scoglio della lingua. In un ambiente in continuo divenire e dalle numerose contraddizioni, a volte si corre il rischio di sentirsi alienati, ma possono essere sensazioni passeggere quando si riescono a instaurare rapporti umani scevri da giudizi o paragoni. È la semplicità della Turchia e del suo popolo: mostrarsi per quello che è, nella propria umiltà e gestualità e nell’accogliere con un occhio di riguardo il mısafır (ospite). È una vita semplice, nell’accezione di facile, nel momento in cui si colgono le sfumature dei gesti e si entra nel sistema della vita quotidiana.

Ultimamente mi è capitato di lasciare la Turchia per un periodo prolungato. Ha coinciso con il momento forse più difficile della mia esperienza e il più buio nella storia recente del Paese: i continui attacchi terroristi; il fallito colpo di Stato, la proclamazione dello stato di emergenza con le relative epurazioni mi avevano toccata da vicino oltre che nel profondo. La Turchia ed io come due grandi amiche ci siamo tenute per mano in questi anni: io ho osservato da vicino l’evolversi della cose, mi sono calata nella vita anatolica mentre crescevo e crescevano in me nuove consapevolezze mentre la Turchia procedeva nella sua trasformazione politica e sociale. Siamo cambiate insieme e le sue crisi in un certo senso sono diventate anche le mie. La mia intenzione non era scappare, ma cogliere l’opportunità di una nuova esperienza lavorativa. In un momento storico in cui tutti gli stranieri, spaventati, andavano via è stato spiacevole poter dare l’impressione che io non mi fidassi più.

Dopo un anno di distacco tornare è stato come sentirsi a casa propria, al posto giusto. In segno propiziatorio per me e per il Paese che mi accoglie, il primo çay è stato all’aeroporto di Istanbul in attesa della coincidenza per Ankara. Gli altri con gli amici e le numerose persone del quotidiano – dal calzolaio, al parrucchiere, dai negozianti ai colleghi e alla mia mate che con una certa contentezza mista a stupore –come se si fossero accordati – ripetono che in fondo era ovvio che tornassi. Forse hanno ragione loro: è un legame profondo, fatto di connessioni e di vibrazioni che avvolge e coinvolge. Dopo tutto, sono convinta che sia opportuno tenere stretta la mano degli amici, anche quando sono problematici e si mostrano eccessivamente autoreferenziali.

Kalbım sende yazdım – ho scritto il mio cuore nel tuo – si dice da queste parti.

 

 

 

 

 

 

Erdogan e il suo partito

AKP. Tra conservatorismo e riformismo

Valeria Giannotta

(Castelvecchi, 2018)

 

L’affermazione dell’AKP come partito di centrodestra con radici ideologiche islamiste e la sua posizione sempre più dominante all’interno del sistema statuale turco sono esempi perfetti di trasformazione politica. Asceso al potere nel 2002 come catch all party con un programma “democratico conservatore”, si è col tempo strutturato su posizioni sempre più identitarie e ideologicamente orientate, avviando un nuovo corso politico in Turchia. Capace di mobilitare le masse grazie al carisma del suo leader fondatore – Recep Tayyip Erdogan – ha avviato profondi cambiamenti nella società e nel sistema politico del Paese anatolico. Combinato all’analisi teorica organizzativa del partito e del suo programma, questo libro pone particolare attenzione alla comprensione della politica turca da un punto di vista oggettivo e interno, anche grazie all’osservazione sul campo dei maggiori avvenimenti sociopolitici vissuti dalla Turchia negli ultimi vent’anni.