Valeria Giannotta

 

Sono arrivata in Turchia nel 2009 per motivi di ricerca e professionali senza alcuna aspettativa, pensando di rimanere al massimo sei mesi. E invece sono passati anni, pieni di tutto. Istanbul, Gaziantep, Ankara… Abito un paese in continua trasformazione, che mi ha accolta in mezzo a contraddizioni e sfumature.

L’angolo del çay è uno spazio offerto per avvicinare la Turchia e la sua gente attraverso la storia del mio quotidiano. Esperienze, eventi, incontri, relazioni: scampoli di vita. L’auspicio è di aiutare a uscire dai cliché a senso unico, che non colgono la complessità cangiante del reale. E di invitare a conoscere questa immensa terra dai mille volti un po’ più da vicino.

Note di speranza

 

Wael in arabo signfica ‘vicino a Dio’. E la sua storia è certamente segnata da una grande forza ed energia che lo hanno guidato nel suo non facile percorso. Ci siamo conosciuti nel 2015, quando era un mio studente, uno di quelli che noti subito per la compostezza, faccia e pulita e per quegli occhi profondi che seguono ogni movimento e riflettono su ogni parola. È stato uno dei migliori in quel semestre, ma io ignoravo la sua storia. E invece con il tempo, fuori dalle mura accademiche, abbiamo imparato a conoscerci. Ankara è una città particolare: seppur con i suoi quasi 8 milioni di abitanti, tra internazionali finisce che prima o poi ci incrociamo tutti, prendendo parte alle più disparate attività. E negli ultimi anni numerosi sono gli eventi di volontariato e raccolta fondi a favore dei rifugiati, che in Turchia sono quasi 4 milioni. «Il Concerto della Speranza» della band AMAL (che in arabo significa appunto ‘speranza’) è il vero punto di congunzione con Wael e tutti gli altri ragazzi siriani, iracheni e arabi in generale che, basandosi quasi esclusivamente sulle proprie forze, hanno creato queste catene di volontariato, supporto e raccolta fondi per chi, come loro, sono dovuti scappare dalla guerra, ma a differenza di loro, vivono in condizioni meno agiate. Wael oggi è il cantante del gruppo che e’ stato notato e monitorato anche dalle organizzazioni internazionali e dalle stesse è supportato in progetti di coesione sociale.

Era il 2011 quando il conflitto arrivava ad Aleppo e iniziavano a scarseggiare le risorse, inclusa l’elettricità. Wael era al suo ultimo anno di liceo e, grazie al generatore, studiava di notte per poter passare l’esame di stato di ingresso all’università. La situazione era brutta, un fratello – Tarek –  si trovava già in Turchia e i genitori erano sempre più preoccupati per la chiamata al servizio militare. Appena maggiorenne, Wael era pronto a partire, senza avere nulla in mano. Il piano era quello di arrivare anche lui in Turchia e scegliere l’università più affine alle sue aspettative. Ma senza un valido passaporto, l’unica alternativa è stata dirigersi in Libano, dove non conosceva nessuno, in attesa dei documenti. «Piangevo al telefono con mia madre. Ero piccolo e mi sentivo solo, ma lei non mi ha permesso di rientrare in Siria dove è rimasta con il resto della famiglia. Aveva paura per me e per il mio futuro». L’arrivo ad Ankara non è stato comunque facile: era il 2013 e il fenomeno ‘rifugiati’ non era ancora una questione politica e sociale; così, alcune università non accettavano i siriani per questioni di rigidità del sistema, mentre altre non garantivano la copertura di borse di studio. Ma alla fine, Wael entrò alla Facoltà di Ingegneria Industriale nell’Università dove lavoro e le nostre strade si sono incrociate.

Quegli occhi profondi e la sua compostezza – l’ho scoperto solo di recente – nascondevano in realtà un grande disagio, quello di sentirsi profondamente colpevole. Wael era nella condizione di poter vivere una vita agiata, studiare e divertirsi mentre il resto della famiglia era in guerra. «Mi sono dovuto adattare e con il tempo ho vinto la malinconia. In fondo ero fortunato, mio fratello era con me». Mentre una zia scappava da Aleppo e si rifugiava a Dubai, la madre riesce a venire in visita ad Ankara. Erano passati due anni da quando si erano lasciati. Dopo la Turchia ha introdotto il visto di ingresso per i siriani e non sono più riusciti a vedersi. In realtà è tornata un’altra volta, di passaggio per la Svezia con il figlio minore, dove si sarebbe rincongiunta con il marito. Era il 2015 quando il padre di Wael, quasi a sorpresa, venne a trovarli ad Ankara. Rimase una settimana prima di dirigersi in nave in Grecia e poi illegalmente in Europa, prima in Austria e infine in Svezia, dove ha acquisito asilo politico e, dopo varie difficoltà di adattamento, hanno iniziato a gestire una vita normale.

Wael è da tre anni che non riabbraccia i suoi, anche se sono costantemente in contatto. Dentro di sé sono cambiate molte cose, dopo un primo periodo di negazione in cui ha voluto estraniarsi dalla situazione in Siria, rifiutando di leggere notizie, guardare la TV e di allontanarsi da ogni cosa che lo potesse ricondurre a casa. Dopo la partenza dei genitori è come se si fosse risvegliato dal torpore. L’ultimo anno di università incontra Majd, un altro studente siriano che suona la chitarra, e pensano di fare qualcosa insieme. A Wael piace cantare, è quasi una dote naturale che non aveva mai considerato fino ad allora, se non sotto la doccia. Il duo si esibisce per la prima volta all’International Festival organizzato dal nostro Ateneo e, mentre si rinsaldano i rapporti con la comunità siriana ad Ankara, gli viene chiesto di esibirsi per beneficienza. Fanno un unico concerto. Uno solo. Non avevano strumenti, una chitarra, la voce e la mani che applaudivano. Dopo un anno apprendono che l’UNHCR ha un progetto sull’integrazione attraverso la musica. Vogliono dimostrare che i siriani in Turchia non sono solo quelli che chiedono l’elemosina. Formano un gruppo di dieci persone tra turchi e siriani e iniziano a darsi da fare, provano, cantano, suonano mentre l’UNHCR mette loro a disposizione l’attrezzatura e uno spazio dove riunirsi.

Ad Ankara inizia a spargersi la voce sull’esistenza di AMAL e, pur non essendo riusciti a vincere altri bandi, la comunità internazionale vuole comunque sponsorizzarli nell’organizzazione di un tour per tutta la Turchia. I componenti della band oggi sono sette: quattro siriani e tre turchi; girano regolarmente per le maggiori città del Paese per portare insieme i turchi e i siriani. La musica come collante sociale, come strumento per raggiungere le persone senza grandi proclami. Rimangono ovviamente i problemi di discriminazione, di comprensione reciproca e cleavage culturali. ‘L’ultima volta durate un concerto a Izmir si avvicina un anziano e mi dice: «in genere non mi piacciono gli arabi, mi piaci solo tu»’. Come questo, diversi sono gli episodi di aggressione verbale che ricorda Wael. Nonostante tutto, Wael dimostra positività e una grande maturità per i suoi 24 anni. ‘Non penso che sarei cresciuto così tanto senza passare attraverso tutto questo. La mia esperienza mi ha aiutato a cambiare prospettiva riguardo ogni cosa. Mio padre ad esempio non si sarebbe nemmeno mai seduto in un ristorante dove servono alcool, ora deve. Io anche seguivo le sue orme, invece mi sono trovato ad assaggiare l’alcool e ad avere punti di vista diversi riguardo la società’.

Quando parliamo di Siria mi dice timidamente che gli piacerebbe tornare, ma non per rimanere. In fondo la Turchia gli ha aperto molte porte e vorrebbe continuare a raggiungere i suoi obiettivi anche musicali, sta pensando a un tour europeo per esportare l’esperienza anche in altri contesti. E con la fermezza dei suoi occhi aggiunge ‘Voglio continuare ad aiutare i siriani. Prima mi negavo, poi quando ho iniziato a interessarmi, mi sono sentito meglio. Mi sento bene a regalare almeno un sorriso ai bambini. Penso di essere un buon esempio: sono arrivato senza nulla, ma ho ragginto qualcosa e questo è il messaggio che voglio che passi’.

 

 

 

 

Mezzaluna calante? Tutto è kısmet

 

Ad un mese dalla brusca crisi economica che ha investito la Turchia, osservando dall’esterno, le aspettative sono sicuramente più cupe rispetto alla realtà del quotidiano. Certamente aleggia il timore di un tracollo simile a quello del 2001 – quando a risanare le finanze è intervenuto il Fondo Monetario Internazionale – e il costante fastidio verso le manovre americane. L’ossessione del continuo apprezzamento del dollaro sulla lira fa da corollario a un sentimento comune insito nella psicologia sociale del Paese: la sfiducia verso il partner americano, che storicamente all’evenienza ha colpito più volte la Mezzaluna e il suo popolo. Da ultimo la rappresaglia economica che suggella il già perdurante braccio di ferro su determinate questioni di politica interna, con riflessi anche regionali. La mancata estradizione di Fetullah Gülen, il mullah autoesiliatosi in Pensylvania sin dagli anni ‘90 e considerato da Ankara l’architetto del tentato golpe del 2016, a cui è conseguito il fermo in carcere a Izmir del pastore americano Brunson. A poco sono servite le negoziazioni per i rispettivi rilasci, a cui si aggiungono anche le forti discrepanze strategiche in Siria e il supporto accordato dagli USA alle milizie curde del PYG, riconosciute come costola siriana del PKK. Ma non è questo che preoccupa davvero le persone comuni: è come se ognuno avesse una propria teoria e fornisse una propria previsione. «Il dollaro continua a salire, entro l’anno nuovo ci sarà un tracollo» si sente spesso ripetere e nelle facce permane quel sorriso tipico di chi si affida al destino e che poco può fare se c’è un disegno prestabilito. «Inşallah iyi olacak» (se Dio vuole andrà bene), sento ripetere. In fondo è una formula che si usa spesso da queste parti: ci si rimette alla volontà del Signore, non c’è altro da fare. E con la stessa calma e fede di chi, pur avendo preoccupazioni, sa che comunque le crisi si attraversano e si superano – come la storia del Paese ha spesso dimostrato – si attende. Il parrucchiere Süleyman bey, in un sabato pomeriggio come tanti, è seduto su una poltrona del suo negozio attendendo che arrivi la prima cliente. «È sabato, di solito è pieno, ti ricordi?», dice. «La crisi si vede...». Dello stesso avviso Ahmet bey, che consegna le damigiane di acqua a domicilio. Lui i prezzi non li ha alzati a seguito del crescente tasso di inflazione, ma mostra un sorriso preoccupato. «Che faremo quando a fine anno ci sarà una crisi ancora peggiore?» e aggiunge «perchè noi dobbiamo essere dipendenti dal dollaro?». Non è proprio dello stesso avviso Sultan hanım, la sarta che dentro al suo piccolo laboratorio nascosto in un pasaj nel centro di Ankara continua a ricevere le clienti e a produrre capi da lei ideati. «Si lavora come sempre», afferma con lo stesso sorriso che sfoggia ogni giorno, quello di chi fa del mestiere un’arte e del lavoro il principio di vita. Anche un’altra donna, Esma, manda avanti la sua attività senza particolari contraccolpi, ma con l’interrogativo che mi rivolge quasi sempre: «Che succederà al dollaro, si alzerà ancora?». Come se l’opinione di un’europea possa essere rassicurante. Forse è un discorso troppo lungo da affrontare e probabilmente a poco servono le analisi quando in gioco c’è il sentimento comune. Fatto sta che la grandezza di questo Paese si misura nell’animo del suo popolo, che in certe sfumature fa trapelare un senso di insicurezza, ben mascherato dall’orgoglio nazionalista. La calma, quella di chi sa attendere e accettare ogni cosa, perché in fondo ogni cosa è kısmet – se è scritto che succeda, succederà – è la peculiarità e vera forza dei nostri amici turchi.

 

 

Il çay del ritorno

 

Non importa quanto tempo sia passato, se sono mesi, giorni, anni o se è la prima volta: venire in Turchia ha sempre lo stesso sapore, quello di casa, dell’ambiente famigliare, del contatto umano. E della semplicità dei gesti che, però, dicono tanto. Ecco, la Turchia ha il sapore del the, quello tipico locale offerto in ogni circostanza nel bicchierino di vetro a forma di tulipano. È un gesto di accoglienza, un modo per far sentire a proprio agio e prendersi cura dell’altro. Il çay è un segno che va oltre l’ospitalità: è condivisione. Un dono che sicuramente fa sentire meno straniero, include in un certo modus vivendi, in una comunità. Davanti al çay scompare il confine tra l’essere yabancı (straniero) o autoctono e berlo diventa automatismo, un riempitivo nelle attese, un rito.

Sono passati ormai nove anni dal mio primo çay, che poi ha contrassegnato il mio percorso – professionale e personale – in questa terra. Raramente mi è capitato di sentirmi sola, anche se in fondo fisicamente lo sono stata. Il calore dei turchi, il loro spirito propositivo e la loro disponibilità, mettono al sicuro, nonostante ci sia lo scoglio della lingua. In un ambiente in continuo divenire e dalle numerose contraddizioni, a volte si corre il rischio di sentirsi alienati, ma possono essere sensazioni passeggere quando si riescono a instaurare rapporti umani scevri da giudizi o paragoni. È la semplicità della Turchia e del suo popolo: mostrarsi per quello che è, nella propria umiltà e gestualità e nell’accogliere con un occhio di riguardo il mısafır (ospite). È una vita semplice, nell’accezione di facile, nel momento in cui si colgono le sfumature dei gesti e si entra nel sistema della vita quotidiana.

Ultimamente mi è capitato di lasciare la Turchia per un periodo prolungato. Ha coinciso con il momento forse più difficile della mia esperienza e il più buio nella storia recente del Paese: i continui attacchi terroristi; il fallito colpo di Stato, la proclamazione dello stato di emergenza con le relative epurazioni mi avevano toccata da vicino oltre che nel profondo. La Turchia ed io come due grandi amiche ci siamo tenute per mano in questi anni: io ho osservato da vicino l’evolversi della cose, mi sono calata nella vita anatolica mentre crescevo e crescevano in me nuove consapevolezze mentre la Turchia procedeva nella sua trasformazione politica e sociale. Siamo cambiate insieme e le sue crisi in un certo senso sono diventate anche le mie. La mia intenzione non era scappare, ma cogliere l’opportunità di una nuova esperienza lavorativa. In un momento storico in cui tutti gli stranieri, spaventati, andavano via è stato spiacevole poter dare l’impressione che io non mi fidassi più.

Dopo un anno di distacco tornare è stato come sentirsi a casa propria, al posto giusto. In segno propiziatorio per me e per il Paese che mi accoglie, il primo çay è stato all’aeroporto di Istanbul in attesa della coincidenza per Ankara. Gli altri con gli amici e le numerose persone del quotidiano – dal calzolaio, al parrucchiere, dai negozianti ai colleghi e alla mia mate che con una certa contentezza mista a stupore –come se si fossero accordati – ripetono che in fondo era ovvio che tornassi. Forse hanno ragione loro: è un legame profondo, fatto di connessioni e di vibrazioni che avvolge e coinvolge. Dopo tutto, sono convinta che sia opportuno tenere stretta la mano degli amici, anche quando sono problematici e si mostrano eccessivamente autoreferenziali.

Kalbım sende yazdım – ho scritto il mio cuore nel tuo – si dice da queste parti.

 

 

 

 

 

 

Erdogan e il suo partito

AKP. Tra conservatorismo e riformismo

Valeria Giannotta

(Castelvecchi, 2018)

 

L’affermazione dell’AKP come partito di centrodestra con radici ideologiche islamiste e la sua posizione sempre più dominante all’interno del sistema statuale turco sono esempi perfetti di trasformazione politica. Asceso al potere nel 2002 come catch all party con un programma “democratico conservatore”, si è col tempo strutturato su posizioni sempre più identitarie e ideologicamente orientate, avviando un nuovo corso politico in Turchia. Capace di mobilitare le masse grazie al carisma del suo leader fondatore – Recep Tayyip Erdogan – ha avviato profondi cambiamenti nella società e nel sistema politico del Paese anatolico. Combinato all’analisi teorica organizzativa del partito e del suo programma, questo libro pone particolare attenzione alla comprensione della politica turca da un punto di vista oggettivo e interno, anche grazie all’osservazione sul campo dei maggiori avvenimenti sociopolitici vissuti dalla Turchia negli ultimi vent’anni.