MONDADORI, 2026
A Hebron, un gruppo di minorenni ebree innalza uno striscione contro i matrimoni misti. A Tulkarem, i ragazzini palestinesi appendono ai fucili le foto degli amici uccisi e si preparano a combattere i soldati israeliani. A Teheran, Abbas piange il cugino impiccato dal regime e prova un misto di terrore ed eccitazione per il grande attacco dello Stato ebraico alla Repubblica islamica. Il nuovo reportage di Cecilia Sala è un viaggio che guarda da vicino tre grandi storie intrecciate tra loro: la radicalizzazione di Israele, la distruzione della Palestina e il collasso dell’Asse della resistenza che ha la sua testa a Teheran.
Con uno stile vivido e in presa diretta, Cecilia Sala ci fa attraversare i check-point e i raid, ci fa entrare nelle case delle vittime e dei carnefici, dei leader militari e dei sopravvissuti. Ci svela così lo scontro generazionale che attraversa ciascuno di questi paesi, divenuto una delle linee di faglia più rilevanti – e meno indagate – del nostro presente. Perché mentre i «pacifisti esausti» tra gli anziani israeliani assistono impotenti alla deriva del proprio paese, una generazione di coloni giovanissimi è la più feroce di sempre in Cisgiordania. Mentre in Palestina un padre come Firas crede ancora nella diplomazia e rimpiange i tempi degli accordi di Oslo, il figlio Samih vede nei suoi tre fucili d’assalto l’unica risposta all’occupazione. E mentre i vertici della Repubblica islamica dell’Iran tentano di nascondere la propria debolezza, le arrabbiate senza velo che sfidano le telecamere per il riconoscimento facciale sono diventate centinaia di migliaia.
Il racconto sul campo si arricchisce di alcune interviste a figure chiave, come Hossein Kanaani, uno dei fondatori dei pasdaran, e Ronen Bergman, giornalista premio Pulitzer che spiega il fallimento di Israele nel difendersi dal suo nemico interno, l’estremismo armato. E ancora Imad Abu Awad, analista palestinese, che non crede esista più una soluzione diplomatica né una militare e per risolvere i problemi del suo popolo spera in una guerra civile interna a Israele.
Da questo coro di voci, che Cecilia Sala orchestra con maestria, rigore giornalistico e una straordinaria capa- cità narrativa, nasce un libro essenziale per comprendere i conflitti che definiscono il nostro tempo. Un ritratto complesso, inedito e profondamente umano di un Medio Oriente in trasformazione.
MELTEMI, 2026
Dall’8 ottobre 2023 la Striscia di Gaza è sotto assedio. Mentre le bombe abbattono case, scuole e ospedali, l’associazione Yarmouk promuove un concorso di scrittura. Dalle scuole ancora in piedi e dai campi profughi giungono 113 storie di voci giovanissime che raccontano la fame, gli sfollamenti continui, le code interminabili per un sorso d’acqua, le notti nelle tende e i corpi tra le macerie. Sono sguardi fragili e lucidissimi, capaci di restituire senza filtri l’orrore quotidiano a Gaza.
Qui c’era la nostra casa raccoglie i dodici racconti vincitori del concorso: Farah cerca di proteggere la sorellina mentre l’ospedale in cui hanno trovato riparo viene colpito; Malak piange insieme alla sua gattina perché entrambe stanno morendo di fame; Maram riconosce tra i calcinacci della moschea la testa del nipotino; e Jenen sogna di diventare un’insegnante di arabo, ma tornando a casa trova soltanto un cumulo di pietre.
Non sappiamo se Farah, Malak, Maram, Samir, Jenen, Doha, Yamen, Reem, Jumana, Tasneem, Qatr al-Nada e Heba siano ancora in vita perché potrebbero non esserci più. Restano però le loro voci in queste pagine strazianti e cariche di dolore.
Una testimonianza della violenza genocidaria israeliana sui palestinesi più giovani, che ricorda – oggi più che mai – come la realtà nella Striscia di Gaza sia ancora lontana dalle speranze riposte in quel “cessate il fuoco” giunto il 10 ottobre 2025. Il nostro è un invito a non distogliere lo sguardo.
PIEMME, 2026
«Niente di tutto quello a cui ho assistito o che ho vissuto durante la mia vita di operatore negli scenari di guerra si può paragonare a ciò che ho visto accadere a Gaza. Gaza è oltre. Gaza è troppo. Per questo motivo lo voglio, anzi lo devo, raccontare. Perché, se sei stato testimone, devi parlare. Devi dire cosa hai visto, con i tuoi occhi. Questo libro è un atto di testimonianza, per le future generazioni, per i giovani di oggi; il mio contributo alla verità dei fatti. Perché su Gaza ho letto troppe menzogne. Io a Gaza ho visto l'umanità negata. Il mondo ha lasciato che venissero de-umanizzate milioni di persone. A Gaza non ho fallito solo io come individuo. Ha fallito l'umanità intera, perché una intera popolazione di nostri fratelli e sorelle è stata ridotta allo stato del niente.» Gennaro Giudetti ha vissuto l'inferno di Gaza da dentro. Ha visto troppe persone morire, tra cui molti suoi colleghi. Questo è un racconto struggente e dettagliato, emozionante ma allo stesso tempo analitico di tutto ciò di cui è stato testimone; un racconto che rimarrà negli anni come monito per chi cercherà di insabbiare, manipolare, smentire e, infine, dimenticare.
Tre60, 2026
Giaffa, 1925. Sabiha e Ahmed vivono in un angolo di Mediterraneo profumato di sole e zagare, dove ogni giorno sembra promettere un futuro luminoso. Aprono un piccolo cinema, un tempio di sogni e commozione davanti ai film con Shirley Temple, e fanno crescere i figli in una bella casa con il giardino colmo di aranci rigogliosi. Accanto abitano gli Jankowitsch, una famiglia di ebrei polacchi. Tra differenze e pregiudizi, la convivenza è possibile.
Poi arriva il 1948. La guerra arabo-israeliana irrompe nelle loro vite e con la nascita dello Stato d’Israele il mondo che conoscevano si sgretola. Per gli Osman inizia l’odissea: prima a Beirut, in Libano, poi a Mersina, in Turchia, sempre in fuga. Vivono in case fatiscenti, senza diritti né patria. Piangono i loro morti, ma non lasciano che il dolore soffochi l’amore per la vita e la speranza.
Quasi settant’anni dopo, Joana Osman torna a Giaffa, in quella terra che oggi è Israele, seguendo le tracce di una storia che le appartiene, ma che non ha vissuto. Chi erano i suoi nonni? Che cosa sarebbe accaduto se non avessero lasciato la Palestina? Forse alcuni dei loro famigliari non sarebbero morti, ma forse suo padre non avrebbe mai raggiunto la Germania. E Joana non avrebbe potuto raccontare questa storia, intensa e struggente: la storia della sua famiglia, che è anche quella di tante altre, costrette, ieri come oggi, ad abbandonare la propria terra portando con sé memoria, dolore e il desiderio di tornare.
La Nave di Teseo, 2026
Avventuriera, archeologa, scrittrice, diplomatica, spia in grado di parlare fluentemente arabo e persiano, Gertrude Bell fu la donna più potente dell’impero coloniale britannico al termine del primo conflitto mondiale. Protagonista della creazione del moderno stato dell’Iraq, di cui ha contribuito a tracciare i confini, idealista come il suo fedele alleato Lawrence d’Arabia, coraggiosa, tenace e imperialista come il giovane Winston Churchill, figlia amata e incompresa di una ricca famiglia vittoriana, donna disperatamente innamorata, Gertrude Bell resta per noi un enigma, persa nel silenzio che la Storia, troppo spesso, riserva alle imprese femminili.Dalla scoperta di giganteschi giacimenti di petrolio ai crudeli giochi di potere tra inglesi, francesi e tedeschi, dalle trattative sotto le tende beduine alle sabbie di Baghdad, dove il destino di migliaia di persone è ogni giorno appeso a un filo: Olivier Guez recupera dal deserto la vita di una donna straordinaria, per raccontare l’epopea travolgente di una terra mitica e maledetta, la terra di Abramo, la terra del diluvio e di Babele, dei sogni infranti di Alessandro Magno: la Mesopotamia.
Altraeconomia, 2026
A 15 anni dalla morte di Vittorio Arrigoni, attivista per i diritti umani, Anna Maria Selini sceglie la forma delle lettere per rievocarlo e per decifrare il presente.Il racconto alterna reportage sul campo – tra le illusioni di Oslo, la ferita del 7 ottobre e i Territori palestinesi sempre più occupati – a interviste e riflessioni.Parlano, tra gli altri, lo storico Ilan Pappé, la Relatrice speciale Onu, Francesca Albanese, e la maggiore esperta degli Accordi di Oslo, Hilde H. Waage.L’orizzonte è l’inferno di Gaza, ma dalle pagine, illustrate da Fogliazza, emergono anche i ritratti dei bambini palestinesi, dei refusenik israeliani e dei giornalisti che sfidano a ogni costo il silenzio.In un’epoca dominata da algoritmi e velocità, l’autrice rivendica umanità e approfondimento, invitando a riscoprire il senso del motto, oggi diventato dovere civile: “Restiamo umani”.
Editori LaTerza, 2026
Gli eventi recenti nella Striscia di Gaza hanno riacceso l’interesse del pubblico verso una comprensione più profonda delle radici storiche del conflitto israelo-palestinese. Le mobilità forzate – dall’esilio della maggioranza dei palestinesi nel 1948 alle espulsioni del 1967, fino ai trasferimenti che si sono susseguiti nei decenni successivi – rappresentano un elemento imprescindibile della storia di quest’area.
Questo libro ricostruisce la storia dei rifugiati palestinesi utilizzando fonti documentarie inedite e immagini provenienti da archivi disseminati in tutto il mondo. E lo fa coprendo un arco temporale straordinariamente ampio, che parte dalle migrazioni all’interno dell’impero ottomano nel XIX secolo fino ad arrivare agli sviluppi più recenti, passando attraverso i momenti cruciali delle espulsioni nel 1948 e dell’occupazione nel 1967. Una prospettiva di lungo periodo che permette di comprendere continuità e rotture storiche spesso ignorate dalla cronaca contemporanea, offrendo chiavi di lettura originali per interpretare il presente.
Le vicende dei rifugiati palestinesi, infatti, investono anche il modo con cui viene ricostruito e narrato il conflitto arabo-israeliano. I palestinesi non sono stati privati soltanto di case, comunità e territori: da esuli e rifugiati, sono state anche negate la loro soggettività e l’identità, presentati come vittime e mai protagonisti.Una storia mai raccontata, oggi più necessaria che mai.
San Paolo Edizioni, 2026
Questo volume introduce il lettore a una tradizione spirituale la cui originalità, ricchezza, a volte arditezza, apre a orizzonti inediti e sorprendenti. Chiamando a raccolta alcuni dei maggiori esperti italiani, esso si propone di promuovere la conoscenza di una componente essenziale del cristianesimo, quella rappresentata dalla mistica siriaca. Gli autori sono presentati in ordine cronologico, coprendo un arco temporale che va dal IV all’VIII secolo: Efrem il Siro († 373), lo Pseudo-Macario (fine IV sec.) e Giovanni il Solitario (prima metà del V sec.), attivi al tempo della Chiesa indivisa; Giacomo di Sarug († 521), espressione della nascente Chiesa siro-occidentale; Isacco di Ninive (VII sec.), Dadišo‘ Qatraya (VII sec.), Simone di Taibuteh (VII/VIII sec.), Giovanni di Dalyata (VIII sec.) e Giuseppe Hazzaya (VIII sec.), appartenenti tutti alla Chiesa siro-orientale. Gli scritti di questi mistici siriaci, autentici maestri dello spirito pur talora poco conosciuti, si rivelano capaci di nutrire la riflessione del lettore — cristiano e non — anche dei nostri tempi.
PIEMME, 2026
Nel cuore di Gaza, mentre la guerra devasta la Striscia, una piccola chiesa resta in piedi: è la parrocchia della Sacra Famiglia, la sola chiesa cattolica dell'intera regione, diventata rifugio per centinaia di persone che ancora anelano alla pace. Tutt'intorno macerie, paura, devastazione: ogni «cessate il fuoco» è fragile, ogni blocco può riportare la fame, ogni dichiarazione dei leader internazionali pesa come una sentenza sul futuro di Gaza. Eppure, in mezzo alle rovine, c'è ancora la preghiera, la speranza. La liturgia scandisce le giornate e la vita di questa piccola comunità in qualche modo continua, grazie all'azione silenziosa di padre Gabriel Romanelli, che ogni giorno sceglie di restare, di lottare per la dignità di ogni vita umana. Aule adibite a dormitori, pane preparato con quello che si trova, messe celebrate tra bombardamenti ed esplosioni che fanno tremare le vetrate, lezioni improvvisate, il tentativo quotidiano - e disperato - di restituire un'illusione di normalità a bambini innocenti. «Siamo quella piccola candela con la fiamma vacillante in una tempesta infernale. È questo il senso della mia presenza qui, in questo oceano di violenza: è la ragione per cui scelgo di restare.» La testimonianza diretta e commovente di un uomo che è rimasto fedele alla sua missione e che non ha smesso di credere che la pace sia possibile.
MONDADORI, 2026
Sembra un giorno qualunque quello in cui Loris De Filippi si trova davanti a una scelta imprevista: rinunciare alla missione per Haiti e rispondere a una chiamata urgente da Gaza. Nonostante le paure di chi gli vuole bene, parte. Dopo giorni di preparativi febbrili, arriva in una Gaza irriconoscibile: quartieri polverizzati, ospedali al collasso, una popolazione sospesa tra terrore e resistenza quotidiana. È lì, tra incubatrici spente e vite ridotte a un respiro, che comprende di aver superato un limite e decide di fare ciò che in trent’anni di lavoro umanitario non aveva mai voluto fare: raccontare. Perché Gaza richiede un’eccezione. Perché, questa volta, il silenzio sarebbe complicità. Con un linguaggio asciutto, fermo, a volte straziante, restituisce dignità ai «bambini senza nome», alle madri che stringono i figli mentre l’inferno si abbatte sulle loro case, ai medici che lottano come ultimi baluardi di umanità. Sapendo che lavorare a Gaza significa resistere, farsi argine in un presente ferito che chiede, ostinatamente, di «restare umani». Quando l’annuncio di un fragile accordo di pace irrompe nella notte, la speranza diventa un «atto di fede», l’unico antidoto al «pessimismo dell’intelligenza». Ma De Filippi sa che una pace senza giustizia non è pace: è una tregua concessa dai più forti. Un motivo in più per testimoniare. Questo libro è il racconto diretto e senza sconti di chi ha scelto di non voltarsi dall’altra parte. Un esercizio di memoria, ma anche un messaggio di speranza. Perché se nascerà una pace, pur fragile e imperfetta, non sarà da un trattato, ma dalle mani di chi ogni giorno sceglie di non odiare, di curare invece che ferire, di costruire invece che distruggere. Non dalla voce di chi accusa e ingiuria, ma da quella di chi sa chiedere perdono, ancora e ancora.
Maverick, 2026
La guerra, da vicino. Scritta e raccontata da chi è andato a vederla direttamente, da chi sa che soltanto «lí», di fronte alla distruzione, in mezzo alla violenza e alle conseguenze del suo passaggio, guardando negli occhi le persone che la stanno subendo o combattendo, si può davvero capire e restituire ai lettori cosa sono i singoli, irrisolvibili conflitti del presente.
Paoline, 2026
Ventuno storie di donne afghane in fuga dal regime talebano si intrecciano simbolicamente con quelle delle ventuno Madri costituenti italiane nel nuovo libro della giornalista e scrittrice Angela Iantosca. Attraverso interviste intense a rifugiate afghane arrivate in Italia dopo il 15 agosto 2021, l’Autrice racconta vite segnate da divieti, rinunce e persecuzioni, ma soprattutto da coraggio, resistenza e desiderio di libertà. Un’opera che denuncia l’apartheid di genere imposto alle donne in Afghanistan e richiama l’eredità della Costituzione italiana, invitando a vigilare sui diritti fragili di cui godiamo.